Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
KnotGarden 2025/4 – Autoconservazione tra istinto e pulsione
di Diomira Petrelli
(Napoli), Membro Ordinario con Funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana, Esperta b/a I.P.A.
*Per citare questo articolo:
Diomira Petrelli (2025). Note sul concetto di autoconservazione nella teoria kleiniana. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 204-209.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
Gli sviluppi della teoria psicoanalitica rappresentati dal contributo di M. Klein (teoria delle relazioni oggettuali) vanno, come è noto, in direzione del ribadire e rinsaldare il legame tra pulsione e oggetto attraverso il concetto di fantasia inconscia che rappresenta, appunto, proprio questo costitutivo collegamento (Isaacs 1943, 1948; Petrelli, 2007).
Contemporaneamente, l’adozione da parte di M. Klein sia della teoria strutturale freudiana che del dualismo pulsionale (Klein, 1932) ha dato luogo ad un importante, anche se per certi aspetti non del tutto convincente, tentativo di articolare meglio questi due aspetti della metapsicologia di Freud.
Rimando ad altra sede l’approfondimento di questo aspetto e vorrei invece qui soffermarmi brevemente su alcune implicazioni e ricadute del concetto kleiniano di oggetto interno e di relazione oggettuale. Ritengo che il concetto di fantasia inconscia sia decisivo per la comprensione della specificità di questi aspetti del modello kleiniano.
L’oggetto non è qualcosa di là da venire ma è considerato da M. Klein presente fin dall’inizio e costitutivo del Sé. Ciò implica uno sviluppo per certi versi diverso nella considerazione sia dell’istinto di morte[1] che dell’autoconservazione.
In primo luogo, va notato che Klein non si riferisce ad un istinto di autoconservazione. L’angoscia – scatenata da un Io considerato presente fin dall’inizio della vita – nasce per M. Klein, a differenza che per Freud, come reazione di difesa di fronte all’istinto di morte che minaccia dall’interno la sopravvivenza dell’individuo fin dall’inizio della vita. Questa minaccia di annichilimento, e il relativo primario conflitto con l’istinto di vita che gli si contrappone, danno luogo al moto proiettivo della distruttività all’esterno, sull’oggetto che ne diviene il portatore. Tuttavia, M. Klein sottolinea qui un aspetto che non mi sembra sia presente in Freud. A causa di questo processo l’oggetto non solo diventa minaccioso e persecutorio in quanto aggredito e distrutto e quindi portatore di una temibile aggressività e vendetta (diventa cioè un “oggetto cattivo”) ma anche, attraverso un immediato e continuo processo di reintroiezione diventa sia un cattivo oggetto interno sia, al tempo stesso, è sentito come una parte del Sé aggredita e distrutta, in pezzi[2].
Vale a dire che, nella fantasia inconscia che ha effetti molto concreti sul Sé, la distruzione dell’oggetto diventa immediatamente e inevitabilmente la distruzione di una parte di Sé, cioè auto distruzione. Ritengo che sottolineare questo aspetto della teoria kleiniana sia molto importante in quanto ha significative ricadute sia a livello teorico che clinico.
Infatti, nella descrizione degli effetti della distruttività M. Klein va qui al di là della persecutorietà che nasce dal timore della vendetta da parte dell’oggetto cattivo (esterno e/o interno). Lo stretto legame che intuisce esistere tra le sorti del Sé e quelle dell’oggetto fa sì che diventi evidente come ogni tentativo di distruggere “solo” l’oggetto si riveli fallace, venendo a naufragare di fronte alla inevitabilità di questo collegamento. L’oggetto è parte del Sé. I tentativi di scissione (“Noi”/“Loro”) benché ripetutamente affermati falliscono di fronte al fatto che l’oggetto è e resta comunque anche una parte del Sé e la sua distruzione ricade inevitabilmente anche sul Sé.
Vale a dire che l’autoconservazione non può essere in realtà disgiunta dalla conservazione dell’oggetto.
Molti sono stati gli sviluppi di questa teorizzazione. Ricorderò ad esempio le osservazioni teoriche e soprattutto cliniche di J. Riviere (1936) che considerava come alcuni pazienti non potessero tollerare una “guarigione” (riparazione del Sé) che non prevedesse, prima, una riparazione dei propri oggetti interni sentiti, nella fantasia inconscia, come morti e/o distrutti, in quanto questi rappresentavano una parte del Sé irrinunciabile.
Centrali in questa teorizzazione sono, come ho già detto, il concetto di fantasia inconscia (Isaacs, 1943), la dinamica tra Sé e oggetti interni, l’angoscia vista come direttamente derivante dalla minaccia rappresentata dall’istinto di morte.[3]
Va ricordato inoltre che l’adozione dopo il 1932 della teoria del dualismo pulsionale si riverberò poi in M. Klein sulle sue successive teorizzazioni sulla natura e lo sviluppo del Super-io, sulla sua concezione del sadismo, della persecuzione e della paranoia, tutti fenomeni per lei derivanti dall’istinto di morte che interagisce fin dall’inizio con Eros.
Il Super-io diviene infatti per M. Klein la manifestazione dell’istinto di morte (Klein, 1933) e ciò ne spiega alcuni aspetti sadici crudeli ed auto distruttivi.
Autori successivi (Bion, Meltzer, Rosenfeld) hanno approfondito questa dinamica tra oggetti interni o parti del Sé, sottolineando come un residuo elemento interno dell’istinto di morte può minacciare e distruggere il Sé, sia nei suoi aspetti libidici e desideranti, sia anche nella sua capacità di percezione e legame con gli oggetti. Rosenfeld in particolare (1971) ha sottolineato come l’identificazione che in alcuni casi si può osservare nella clinica con la parte narcisistica e distruttiva del Sé fornisce un senso di superiorità e di autoammirazione di qualità quasi delirante derivanti dall’essersi liberati della preoccupazione e dell’amore per gli oggetti, uccidendo il Sé dipendente ed amorevole. Ciò conduce all’idealizzazione della violenza e della distruttività, operando al tempo stesso un potente diniego degli aspetti auto distruttivi di queste dinamiche.
Particolarmente rilevanti anche al fine di un discorso sull’autoconservazione è la descrizione della spinta che si ritrova in questi casi ad annichilire il Sé che percepisce in primo luogo i suoi stessi bisogni. Mi sembra che queste osservazioni sulla spinta ad annientare le capacità percettive ed autopercettive del Sé siano molto importanti proprio dal punto di vista dell’autoconservazione in quanto sembrano andare nella direzione contraria a questa. La parte del Sé che odia la dipendenza e non tollera il dolore mentale sembra, come afferma Rosenfeld, esercitare sul Sé dipendente (o “libidico”) un potere di controllo quasi “ipnotico” che ne ottunde le capacità percettive e di pensiero.
Queste considerazioni di ordine metapsicologico hanno evidentemente una importante ricaduta anche su altri aspetti della vita psichica che non riguardano solo l’individuo ma il suo rapporto col mondo, inteso anche in senso concretamente fisico: l’oggetto è l’altro ma anche lo straniero, il vicino, il nemico, infine tutta la Terra, la cui sopravvivenza è inscindibilmente legata alla nostra.
D’altra parte, la stessa Klein affermava che nell’inconscio la Natura e la Terra rappresentano la madre dalla cui sopravvivenza dipende la nostra stessa sopravvivenza[4]. La comprensione di questo legame è il cuore della posizione depressiva.
Bibliografia
Isaacs S. (1943, 1948). Natura e funzione della fantasia. Trad. it in: D Petrelli (a cura di), Fantasia inconscia. L’organizzazione mentale precoce secondo S Isaacs, Il Pensiero Scientifico, Roma, 2007.
Klein M. (1932). La psicoanalisi dei bambini. Trad. it, Martinelli, Firenze, 1970.
Klein M. (1955). Sull’identificazione. Trad. It in: M Klein (1972), Il nostro mondo adulto ed altri saggi, Martinelli, Firenze.
Petrelli D. (a cura di) (2007). Fantasia inconscia. L’organizzazione mentale precoce secondo S Isaacs, Il Pensiero Scientifico, Roma.
Riviere J. (1936). Contributo all’analisi della reazione terapeutica negativa. Tra. It. In J Riviere, Il mondo interno, Cortina, Milano, 1998.
Rosenfeld H.A. (1971). Un approccio clinico alla ricerca psicoanalitica degli istinti di vita e di morte: ricerca sugli aspetti aggressivi del narcisismo”. Trad. it. In E B Spillius (a cura di) Melanie Klein, vol. 1, Astrolabio, Roma 1995.
[1] Ho preferito adottare il termine “istinto” piuttosto che “pulsione”, come è stato fatto invece nelle traduzioni in italiano delle opere di M. Klein, in corrispondenza all’uso che la Klein fa nelle sue opere in lingua inglese del termine “instinct”.
[2] Il seno introiettato con odio e perciò sentito come distruttivo diventa il prototipo di tutti gli oggetti interni cattivi e conduce l’Io ad operare ulteriori scissioni divenendo il rappresentante all’interno dell’istinto di morte (Klein, 1955).
[3] Sarebbe ovviamente necessario un ulteriore approfondimento del concetto di istinto di morte in M. Klein che non appare immediatamente sovrapponibile a quello di Freud. Fosse solo perché M. Klein sembra presupporre una consapevolezza psichica della portata distruttiva dell’istinto di morte che invece è teorizzato da Freud come muto e silente. Questa differenza di vedute, da M. Klein apertamente sostenuta, la porta infatti a dissentire dall’idea di Freud che non vi sia nell’inconscio un qualcosa che corrisponda alla morte né quindi la paura della morte.
[4] Nel commentare il romanzo di Julien Green Se io fossi voi, M. Klein si sofferma sull’inclinazione del protagonista Fabien a fissare il suo sguardo nella contemplazione delle stelle: “Quando fissava lo sguardo nella notte che avvolgeva tutto, aveva la sensazione di essere sollevato delicatamente al di sopra del mondo…Era quasi come se, nello sforzo di puntare lo sguardo nello spazio, si aprisse dentro di lui una sorta di golfo, corrispondente alla vertiginosa profondità nella quale si perdeva la sua immaginazione.” Ecco il commento di M. Klein: “Ciò significa, secondo me, che Fabien sta guardando contemporaneamente in lontananza e in sé stesso; che sta prendendo dentro di sé il cielo e le stelle e sta proiettando nel cielo e nelle stelle i suoi oggetti amati interni e la parte buona di sé stesso” (Klein, 1955, p. 98).
*Per citare questo articolo:
Diomira Petrelli (2025). Note sul concetto di autoconservazione nella teoria kleiniana. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 204-209.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
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