Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
KnotGarden 2025/4 – Autoconservazione tra istinto e pulsione
di Renato Ferraro
(Vicenza), Membro Associato della Società Psicoanalitica Italiana.
*Per citare questo articolo:
Renato Ferraro (2025). La pulsione di autoconservazione: alcune note sulla sua costituzione a custode della vita ed effetti del suo possibile fallimento. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 194-203.
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Con l’introduzione del narcisismo, Freud amplia la sua concezione metapsicologica, ponendo una distinzione supplementare che completa quella precedente di pulsioni autoconservative e pulsioni sessuali: le pulsioni sessuali possono essere dirette su un oggetto esterno, ma anche sull’Io (Freud, 1914).
L’Io pertanto viene a trovarsi nella condizione di possedere una libido oggettuale e una libido narcisistica, cioè autoconservativa.
Nella sua opera successiva del Compendio, l’autoconservazione entra definitivamente nel campo della pulsione di vita e di Eros. Di conseguenza viene meno il contrasto tra pulsione di autoconservazione (libido narcisistica) e pulsione di autoconservazione della specie (libido oggettuale), ed entrambe vengono collocate e ricadono nell’Eros (Freud, 1938).
Possiamo però sottolineare che la pulsione di autoconservazione ha un obiettivo più immediato, definito, circoscritto della psicosessualità, la quale, come vedremo, può svolgere una funzione vicariante all’autoconservazione, e cioè garantire il “primum vivere”.
Analogamente alla pulsione sessuale, nella pulsione di autoconservazione possiamo individuare una fonte e una spinta, le quali rimangono associate al corpo vivente individuale, a prescindere dalle modificazioni dipendenti dal tempo e dalle fasi fisiologiche della vita dell’individuo; la meta rimane indiscutibilmente l’azione di mantenimento del funzionamento vitale.
La questione più complessa su cui ci possiamo interrogare è se la pulsione di autoconservazione agisce fin dall’inizio della vita dell’individuo o se invece la sua costituzione è condizionata dalle vicissitudini dello sviluppo dell’individuo, se è quindi esposta a possibili trasformazioni riguardo la sua costituzione, e anche ai mutamenti che possono portare all’annullamento della sua funzione.
A questo proposito, Garella nel suo lavoro “Essere, vivere, esistere in psicoanalisi” presentato al convegno del Centro Veneto “Autoconservazione tra istinto e pulsione” (Garella, 2024 [V. questo KnotGarden, N.d.C.]), ci ha offerto un quadro interessante di come la pulsione di autoconservazione passa attraverso un processo di trasformazione che ne caratterizza la costruzione specifica per ogni individuo e che, se le cose vanno bene, tale processo avrà come esito l’appropriazione da parte dell’Io del soggetto della capacità di mantenere vitale il suo desiderio di vivere a fronte di ostacoli che possono insorgere nel corso della propria esistenza e minarne la continuità.
L’autore, inoltre, si chiede come avviene l’appropriazione della pulsione di autoconservazione da parte dell’Io del soggetto?
Il contributo di Laplanche e Pontalis, a suo avviso, assume un particolare significato nel chiarimento di questa questione. Questi autori sottolineano che le pulsioni di autoconservazione non trovano una esposizione organica in Freud che le qualifica come bisogni o istinti, sostengono invece che esse ricevono una maggiore considerazione attraverso la nozione di appoggio, poiché le pulsioni di autoconservazione indicano alla sessualità la via dell’oggetto e appaiono quindi poste dal lato del principio di realtà, mentre le pulsioni sessuali sono poste dalla parte del principio di piacere (Laplanche e Pontalis, 1967).
Inoltre secondo Laplanche è la vita sessuale, cioè la relazione libidica con l’oggetto, che si innesta nella vita di relazione nei termini di pulsione di autoconservazione (Laplanche, 1987).
Si pone quindi la questione della emergenza della pulsione, di cui parlavo prima, nel suo significato più ampio di rimando ad una energia attivata (eccitata) da parte dell’oggetto. In questo, quindi, Laplanche amplia e corregge, se vogliamo, la concezione di Freud che attribuiva alla pulsione una sorgente originaria nel corpo.
Le tesi di Laplanche aprono pertanto all’ipotesi di uno scambio continuo tra autoconservazione e sessualità, ad un vero e proprio transfert tra le due. Possiamo quindi immaginare che venga richiesta una collaborazione più o meno silenziosa tra sessualità e autoconservazione, senza comunque dimenticare i possibili rapporti di conflitto e di vicarianza tra le due (Laplanche, 1993).
Nella clinica attuale osserviamo infatti, molto spesso, che l’autoconservazione si trova in una inevitabile relazione con la sessualità e, come dice Garella: “Potendo poggiare su quest’ultima quando la sua potenzialità di mantenere la vita risulta affievolita, danneggiata o contrastata dal mondo esterno”. “Essa – continua Garella – può poggiare sulla pulsionalità sessuale e consentire la sopravvivenza e non l’esistere”. Da questo punto di vista si possono considerare quelle situazioni in cui il soggetto è portato coattivamente al consumo di una sessualità agita, senza alcun coinvolgimento emotivo ed affettivo con l’oggetto, in cui la funzione della scarica realizza la sensazione di sentire un minimum vitale. Ma a questo riguardo entra in gioco, con tutta la sua drammaticità, l’investimento dell’oggetto, la cui funzione si pone come strettamente connessa con gli interessi dell’Io.
Cosa succede, però, quando viene preclusa la possibilità di beneficiare di questa fondamentale azione di soddisfacimento dell’oggetto? Quali possono essere gli effetti di tutto ciò sulla tenuta della pulsione di autoconservazione? Quali rischi può correre il soggetto quando la pulsione di autoconservazione va incontro al suo dissolvimento per mancanza dell’apporto fondamentale della psicosessualità e dell’azione dell’oggetto?
Il ruolo dell’oggetto è pertanto cruciale in quanto, oltre ad essere l’altro da sé, può arrivare a connotarsi come l’altro autoconservativo, indispensabile al mantenimento della vita dell’individuo, ma in casi drammatici può anche divenire il negativo, la minaccia vitale esistenziale da eliminare ad ogni costo, in quanto espone il soggetto alla drammaticità dell’esperienza della dipendenza (Garella, 2024).
Può essere questa la condizione che si verifica nella vicenda di alcuni pazienti che in modo delirante optano purtroppo per l’eliminazione di sé per sottrarsi all’urgenza del bisogno dell’oggetto? Il fatto che sconcerta è che tutto questo avvenga, nonostante il paziente possa avere sperimentato lo stato di separatezza dell’oggetto e il suo valore per la propria esistenza individuale.
A questo proposito alcuni autori hanno ipotizzato cha alla base del fallimento della pulsione di autoconservazione ci sia un possibile intreccio con la pulsione di morte (Schimdt-Hellerau, 2006), mentre altri sono del parere che prima di sbilanciarsi in ipotesi teoriche e metodologiche al riguardo, sia fondamentale porre attenzione alle indicazioni che emergono dal lavoro clinico con i pazienti che ci può confrontare con aspetti sulle prime impensabili (Green, 2002b).
Porterò ora un mio personale contributo, attingendo alla mia esperienza terapeutica con pazienti che mi ha fatto riflettere su aspetti cruciali inerenti alla pulsione di autoconservazione. In particolare, mi soffermerò su alcuni passaggi del percorso analitico a cui l’analista, a mio avviso, deve porre particolare attenzione, in considerazione di alcuni bisogni drammatici del paziente che, se non colti pienamente, possono purtroppo sfociare in un esito infausto per la vita stessa del paziente. Uno dei passaggi più delicati, a mio avviso, riguarda l’emergenza del rischio a cui il paziente si trova inevitabilmente esposto, quando viene a trovarsi nella condizione di uscita da una situazione psichica di tipo simbiotico per accedere ad un’esperienza interpsichica di maggiore separatezza dall’oggetto; in altre parole quando l’area dei bisogni nei confronti dell’oggetto lascia un certo spazio all’area del desiderio e quindi alla consapevolezza di una maggiore differenziazione sé-altro.
In queste situazioni ho più volte osservato che il paziente può sentirsi alle prese con il vissuto di vivere all’interno di una bolla avvolgente, dove il grado di separatezza dall’oggetto è appena percepibile. Tale vissuto, se per alcuni aspetti svolge una funzione rassicurante per una relativa, sia pure precaria, stabilità psichica di base, al tempo stesso diventa elemento coartante e inibente qualsiasi apertura a relazioni affettive e sentimentali con l’altro (ad esempio nel caso specifico con un partner sessuale). Il lavoro dell’analisi, e la partecipazione empatica e accogliente dell’analista alle vicende interne del paziente, può favorire nel tempo lo scioglimento della bolla avvolgente, che fondamentalmente è inerente ad un materno annichilente il Sé del soggetto, e permettere l’accesso all’universo paterno e all’area dei desideri edipici. Ma in questo passaggio alla scoperta di un mondo nuovo, dove può esserci spazio per una propria esistenza separata, mi domando se non si debba considerare più attentamente il rischio che il paziente può correre per la propria vita, se non si garantisce almeno per un tempo congruo, la continuità della presenza dell’analista, non solo in termini simbolici, ma concretamente nella sua presenza fisica, in modo da sostenere la sua fragilità narcisistica di base. E questo, anche se nel corso dell’analisi si era manifestata in fieri la rappresentazione dell’analista nelle sue qualità di soggetto separato. Nel caso considerato, era diventato, purtroppo, particolarmente problematico per il paziente fare i conti con la perdita della presenza fisica dell’analista nelle inevitabili interruzioni che l’analisi comporta.
Ciò che drammaticamente veniva alla luce era il bisogno di avere l’analista nella sua presenza fisica per mantenere quella sufficiente stabilità psichica, in un momento di così delicato passaggio verso una maggiore differenziazione. Non mi soffermo a questo punto sulla complessa questione che riguarda i possibili adattamenti del setting ai bisogni urgenti e drammatici del paziente che, inevitabilmente, si intensificano nelle pause dell’analisi.
Per il momento non si può sfuggire alla domanda: quando e perché va incontro al fallimento la funzione della pulsione di autoconservazione? Come già sottolineato la pulsione di autoconservazione si trova in una indissolubile relazione con la sessualità, potendo poggiare su quest’ultima, quando la sua potenzialità di mantenere la vita risulti affievolita, danneggiata o contrastata dal mondo esterno.
In questi casi si può cogliere come per il paziente la sopravvivenza, il semplice vivere, sia reso possibile, al di là del soddisfacimento dei bisogni, mediante il ricorso agli investimenti di natura psicosessuale, ma per questi deve essere fruibile l’oggetto nella sua concretezza. Questo è particolarmente vero per i soggetti con narcisismo sofferente. Possiamo chiederci allora che cosa spinga il paziente a mettere fine alla sua vita. L’autoconservazione viene meno alla sua funzione di norma psichica salvavita?
Se ipotizziamo che il bisogno (nel senso autoconservativo) richiede di riconoscere l’esistenza di una realtà separata e di un altro che soccorra (il Nebenmensch) i mezzi che sono disponibili alla psiche sono il corpo e un Io che abbia sviluppato un adeguato interesse a tenere il contatto con la realtà esterna e l’altro in quanto controparti essenziali dell’interesse individuale.
L’oggetto può essere anche troppo stimolante, ovvero eccitante, sul piano pulsionale-libidico. Se le sensazioni e le percezioni che dovrebbero guidare l’interesse verso il soddisfacimento risultano troppo intense ed eccitanti, si può instaurare una difesa autoconservativa, potremmo dire delirante nella sua paradossalità, che taglia drasticamente l’intensità delle connessioni con l’esterno e i legami con gli oggetti, al fine di evitare il pericolo che l’apparato psichico non “si tenga” e che l’Io venga sommerso fino a scomparire (Smadja 2000, 2001) (Green e Donnet, 1973).
È quanto avviene nell’atto suicidario? Mi domando cioè se questo può accadere nel passaggio critico dall’area del bisogno all’area del desiderio, in cui la presenza dell’oggetto diventa di cruciale importanza. È probabile che nel soggetto narcisista l’assenza dell’oggetto può essere vissuta come una perdita di sé e minare pertanto le basi dell’esistenza, la cui garanzia è data appunto da una buona interiorizzazione dell’oggetto.
In alcuni casi, e questo riguarda particolarmente il soggetto narcisista, il paziente vuole eliminare l’analista-oggetto, sentito come fonte di pericolo per la propria esistenza.
Mettendo fine alla propria vita il paziente può diventare preda dell’illusione (delirio) che eliminando sé stesso, elimina l’oggetto, che avrebbe dovuto invece salvaguardare la sua esistenza. Si rimane profondamente sconcertati quando un paziente, che arriva ad esprimere all’analista sentimenti di gratitudine e amore per il ruolo importante che ha iniziato ad avere per lui, di avere riconosciuto il valore dell’analisi in merito ai cambiamenti che ha prodotto nella sua vita, decida drammaticamente di interrompere questo legame che poteva diventare stabilmente un legame con la vita. L’analista, in questi casi, viene ineluttabilmente a trovarsi nella condizione di sperimentare la dolorosa esperienza di elaborazione di un lutto che avrebbe dovuto affrontare il paziente, dovendosi confrontare con il proprio dolore, e forse anche con la rabbia, di non essere riuscito a trasfondere nel paziente quel senso di fiducia nella vita (e nell’oggetto) che così faticosamente si era riusciti a mobilitare all’interno della relazione analitica. Ciò che ho provato in questo caso è che l’analista si viene a confrontare con il paradosso e l’enigma: la difficoltà a tollerare, e forse anche l’ineluttabilità di accettare che il paziente possa fare una scelta che semplicemente, anche se drammaticamente, risponde ad un suo bisogno assoluto di azzerare qualsiasi emozione o affetto che possono disturbare l’aspirazione a quello stato di nirvana, forse mai abbandonata, segnata invece dal destino al quale, fin dall’inizio, il paziente era stato consegnato a causa del fallimento della relazione primaria con l’oggetto.
Ma è in ragione di questa complicata vicenda relazionale che l’analista può essere esposto a intense turbolenze emotive che solo il legame intenso con la propria vita, e l’investimento affettivo avuto con il paziente, permette in qualche modo di affrontare.
Non è da escludere, inoltre, che l’analista debba alla fine fare i conti con una possibile delusione narcisistica in relazione al fatto di aver forse coltivato la fantasia di trasmettere al paziente il proprio desiderio di mantenere il legame con la vita, magari con l’illusione che tale desiderio potesse trovare risonanza con il desidero che traspare nel dialogo di Plotino e di Porfirio, nelle operette morali di Giacomo Leopardi. Lì il maestro si rivolge così al discepolo che, stanco di vita, voleva farla finita: “Viviamo, Porfirio mio, e confrontiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quest’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora”. Ma alla fine, l’invito accorato alla vita, per ragioni che rimangono in buona parte insondabili, non è stato accolto. Resta la consapevolezza che il paziente possa avere lasciato all’analista una sorta di eredità, quella che lo possa ancora ricordare e portare dentro di sé.
Bibliografia
Freud S. (1914). Introduzione al narcisismo. OSF 7, Torino, Boringhieri.
Freud S. (1938). Compendio di psicoanalisi. OSF 11, Torino, Boringhieri.
Garella A. (2024). Essere, vivere, esistere in psicoanalisi. Relazione presentata al Convegno “L’autoconservazione tra istinto e pulsione”, Centro Veneto di Psicoanalisi, Padova, 9/11/2024.
Green A. (2002). La pensèe clinique. Paris, Odile Jacob.
Green A. e Donnet J-L. (1973). La psicosi bianca. Psicoanalisi di un colloquio. Roma, Borla 1992.
Laplanche J. e Pontalis J.-B. (1967). Enciclopedia della psicoanalisi. Bari, Laterza, 1974.
Laplanche J. (1987). Nuovi fondamenti per la psicoanalisi. Bari-Roma, la Biblioteca 1989.
Laplanche J. (2006). Il fuorviamento biologizzante della sessualità in Freud. In Problematiche VII. La sessualità umana. Biologismo e biologia. Bari-Roma, la Biblioteca 2000.
Schmidt-Hellerau C. (2006). Surviving in absence – On the preservative and death drives and their clinical utility. Psychoanal. Q., 75:1057-1095.
Smadja C. (2000). La via psicosomatica e la psicoanalisi. Milano, Franco Angeli 2010.
*Per citare questo articolo:
Renato Ferraro (2025). La pulsione di autoconservazione: alcune note sulla sua costituzione a custode della vita ed effetti del suo possibile fallimento. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 194-203.
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