Fame. L’altro oggetto della pulsione di assunzione di cibo: l’Io.

di Mariagrazia Capitanio

(Venezia), Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.

*Per citare questo articolo:

Mariagrazia Capitanio (2025). Fame. L’altro oggetto della pulsione di assunzione di cibo: l’Io. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 184-193.

Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.

Vorrei approfondire il discorso iniziato in questo KnotGarden (4/2025) nell’articolo “Fame”.

A proposito di quella pulsione di autoconservazione indifferibile che si manifesta con la sensazione della fame, Freud – nel chiamarla “pulsione di assunzione di cibo” (1905, p. 451) – indica che uno dei suoi oggetti è appunto il cibo. Senza di esso “l’individuo è destinato a soccombere” (Freud, 1915-17, p. 511). In base alla mia lettura dei testi freudiani, l’altro oggetto è l’Io: “Una parte delle ‘pulsioni dell’Io’ ha carattere libidico e ha preso come oggetto l’Io stesso del soggetto” (Freud, 1920, p. 246).

Volendo avanzare nella mia ricerca, ho continuato ad affidarmi ai personaggi di Essere senza destino di I. Kertész (1975) con le motivazioni e precauzioni di cui ho già detto in Fame per scoprire, o meno, qualche riscontro.

 

1° Esempio. Gyurka, il protagonista del romanzo, racconta della sua prigionia[1]: L’importante è non lasciarsi andare: finché c’è vita c’è speranza – come mi ha insegnato Bandi Citrom che a sua volta aveva imparato questa saggezza al lavoro obbligatorio[2]. La cosa più importante, in qualunque circostanza, è lavarsi (trogoli in file parallele con tubi di ferro forati, a cielo aperto, davanti dove il campo si affaccia sulla strada). Altrettanto importante è suddividere la razione con parsimonia – non sapendo se ne seguirà un’altra oppure no. Di pane – per quanto sia difficile rispettare questa regola che ci siamo imposti – ne deve avanzare un po’ per la prima colazione del giorno successivo, anzi, un pezzo dovrebbe durare fino all’intervallo di pranzo grazie a una incorruttibile padronanza dei nostri pensieri e soprattutto delle nostre mani che continuamente migrano verso la tasca della giacca: così e così soltanto possiamo evitare l’idea angosciante di non avere niente da mangiare (Kertész, 1975, p. 117).

Per sopravvivere, il lavarsi e il razionare il cibo sono messi sullo stesso piano. Perché? Provo a spiegarmelo intrecciando il discorso di Gyurka con quello sull’Io che Freud tesse nel Compendio: “In virtù della relazione precostituita fra percezione dei sensi e azione muscolare, l’Io dispone dei movimenti volontari[3] {Un pezzo dovrebbe durare fino all’intervallo di pranzo grazie a un’incorruttibile padronanza dei nostri pensieri e soprattutto delle nostre mani}. Suo compito è l’auto-affermazione (Selbstbehauptung )[4] – {La cosa più importante, in qualunque circostanza, è lavarsi: l’espressione qualunque circostanza in me evoca un atto di padronanza, dominio e affermazione come pure l’uso del verbo riflessivo lavar-si che mette in evidenza il pronome ‘se stesso’, altro modo per esprimere l’auto-affermazione} – compito che è assolto per quel che riguarda l’esterno imparando a conoscere gli stimoli {trogoli in file parallele con tubi di ferro forati, a cielo aperto, davanti dove il campo si affaccia sulla strada}, accumulando (nella memoria) esperienze su di essi – {finché c’è vita c’è speranza – come mi ha insegnato Bandi Citrom che a sua volta aveva imparato questa saggezza al lavoro obbligatorio} – evitando con la fuga gli stimoli di intensità eccessiva e andando incontro (con l’adattamento) a quelli di intensità moderata, apprendendo infine a modificare (con l’attività) in modo adeguato e in vista di un proprio vantaggio, il mondo esterno; per quel che riguarda l’interno, nei confronti dell’ Es, il compito è assolto acquistando il controllo sulle richieste pulsionali, decidendo se ad esse può essere dato soddisfacimento, rinviando tale soddisfacimento a tempi e circostanze migliori del mondo esterno, o magari reprimendo del tutto gli eccitamenti di queste pulsioni – {Altrettanto importante è suddividere la reazione [di pane] con parsimonia – non sapendo se ne seguirà un’altra oppure no} -. […] L’intento di mantenersi in vita e di tutelarsi dai pericoli mediante l’angoscia […] è un compito dell’Io {così e così soltanto possiamo evitare l’idea angosciante di non avere niente da mangiare} cui spetta anche di trovare il modo più promettente e meno pericoloso di ottenere soddisfacimento tenendo conto però del mondo esterno. […] L’Io bada alla propria autoconservazione (Selbsterhaltung) [5] […]. L’Io ha il compito di soddisfare le esigenze derivanti dal suo triplice rapporto di dipendenza, dipendenza dalla realtà, dall’Es e dal Super-io, mantenendo pur tuttavia la propria organizzazione e affermando la propria indipendenza. {Di paneper quanto sia difficile rispettare questa regola che ci siamo imposti – ne deve avanzare un po’ […] grazie a un’incorruttibile padronanza dei nostri pensieri} (Freud S.,1938, pp. 573,575, 632, 599). Da Analisi terminabile e interminabile leggo inoltre: “L’Io deve tentare di assolvere il suo compito […] proteggere l’Es dai pericoli del mondo esterno” (Freud, 1937, p. 518) in quanto, tornando al Compendio, l’Es ne è “tagliato fuori” (cfr. Freud, 1938, p. 625).

La lettura affiancata dei due testi avvalorerebbe la mia interpretazione dei testi freudiani: uno degli oggetti della pulsione di assunzione di cibo risulterebbe essere quell’insieme di funzioni, rappresentazioni, identificazioni che va sotto il nome di Io. Esso, la cui qualità caratteristica è quella del preconscio (cfr. Freud 1938, 589), ha il compito di badare alla propria conservazione e di auto-affermarsi sulle pretese dell’Es e su quelle imposte dall’esterno. La meta auto-conservativa, stimolata dalla richiesta dei “grandi bisogni fisici”[6], può essere raggiunta con il contemporaneo investimento pulsionale conservativo dell’Io e dell’oggetto esterno, ma è tramite l’Io che l’oggetto-cibo può essere rinvenuto. In sintesi: l’istanza egoica permette di trovare gli oggetti specifici biologicamente compatibili con le richieste pulsionali conservative, quelle che il corpo avanza alla mente. Senza un pur minimo funzionamento dell’Io, l’individuo biologico non sopravviverebbe. L’organizzazione egoica è dunque ‘vantaggiosa’ per il soddisfacimento della pulsione di assunzione di cibo, pulsione di per sé ‘egoistica’. Secondo Freud l’egoismo[7] non impedisce di mantenere forti investimenti libidici oggettuali “nella misura in cui il soddisfacimento libidico sull’oggetto rientra nei bisogni dell’Io; l’egoismo baderà allora che l’aspirazione dell’oggetto non rechi alcun danno all’Io” (Freud, 1915-17, p. 568[8]). Il che spiega, nell’esempio, l’accenno a Bandi Citrom, il prigioniero amico di Gyurka, il quale si configura sia come un oggetto investito di libido oggettuale[9] sia, per quel che riguarda l’autoconservazione, come l’oggetto-Io, un Io ausiliario direi “esteriorizzato”[10]. A questo proposito riporto un secondo esempio.

 

2° Esempio.Che durante l’appello o quando si marcia in colonna l’unico luogo sicuro è sempre e soltanto il centro; che durante la distribuzione della minestra non si cerchi di stare davanti ma sempre dietro, perché solo alla fine attingono dal fondo del mastello e quindi dalla parte più densa; […] tutto questo e molto di più ancora, un sacco di cose utili per l’esistenza del prigioniero le ho apprese da Bandi Citrom, copiandolo e cercando di imitarlo il più possibile” (ibidem, pp. 117-8).

Per via associativa Bandi mi ricorda una madre che sa come si fa per soddisfare i “grandi bisogni” o le “pulsioni più elementari” [11] {durante la distribuzione della minestra …. stare … sempre dietro}: un oggetto degno di ‘interesse’[12] e pertanto di amore? Sembrerebbe di sì: “L’amore nasce in appoggio al bisogno soddisfatto del nutrimento” (1938, p. 615). Dal punto di vista dell’istanza egoica, Bandi si configura come l’esteriorizzazione di un Io ausiliario che provvede alla conservazione dell’Io del soggetto fungendo da modello per la soddisfazione delle pulsioni di autoconservazione in genere {un sacco di cose utili per l’esistenza del prigioniero le ho apprese da Bandi Citrom, copiandolo e cercando di imitarlo il più possibile}.

Grazie all’imitazione e all’intreccio con l’investimento libidico su un oggetto fonte di identificazione, le funzioni dell’Io del soggetto si affinano e si organizzano. Bandi/ Io ausiliario è necessario per la conservazione dell’individuo in quanto costituisce una ‘base sicura’ su cui l’intero apparato psichico può fare affidamento {quando si marcia in colonna l’unico luogo sicuro è sempre e soltanto il centro}. Penso che, con l’inziale e imprescindibile apporto delle pulsioni di autoconservazione tutte, l’oggetto materno/base sicura investito sia egoisticamente che di libido oggettuale e l’identificazione con il funzionamento del suo Io consentano all’Io del soggetto di organizzarsi e di mantenere poi al proprio interno la funzione più caratteristica, quella sintetica[13]. In momenti di forte pressione della pulsione di assunzione di cibo l’Io ausiliario (impersonato/esteriorizzato da/in Bandi) consente a quello del soggetto che fatica a contenere le richieste pulsionali di non perdere quella funzione precipua. Scrive Freud: “L’Io evolve dalla percezione delle pulsioni alla loro padronanza ma quest’ultima viene raggiunta soltanto se la rappresentanza psichica delle pulsioni è inquadrata in una unità più ampia, inclusa in un contesto coerente” (1932, p. 187[14]). Il contesto coerente viene creato dall’oggetto/Io ausiliario e messo a disposizione del soggetto, in primo luogo soddisfacendo le ‘pulsioni più elementari’: da un punto di vista psicogenetico il primo oggetto è un oggetto egoistico il che non impedisce affatto che gradualmente diventi un oggetto investito di libido oggettuale (e si mantenga tale) per il tramite dell’appoggio[15]. Ciò consente all’Io di sviluppare nel tempo una padronanza delle pulsioni tutte (compresa quella relativa ai ‘grandi bisogni’ tra cui la fame) grazie soprattutto a quella sintetica che personalmente definirei ‘materna’.

Queste considerazioni mi portano a riflettere sul fatto che la funzione materna è propria anche dell’Ideale dell’Io, istanza che, secondo J. Chasseguet-Smirgel, è quella che indica al bambino il cammino da seguire [16]: essa ha una funzione di pressione, di sostegno della speranza, di ruolo motore”, ha un aspetto di “promessa”[17]. Poiché l’Es /pulsione di appropriazione di cibo colloquia con tutte le istanze, direi che Bandi, oltre a impersonare l’Io, impersona anche l’ideale dell’Io che è pur sempre un aspetto trasformato dell’Io.

Concludendo (in maniera però interlocutoria): sembrerebbe che l’Io, l’altro oggetto della pulsione di assunzione di cibo, in condizioni estreme[18] possa essere aiutato a mantenere la propria integrità (e quindi ad auto-conservarsi al meglio) grazie ad un Io ausiliario che, in un circolo virtuoso, rinforza quegli investimenti sull’ideale dell’Io del soggetto, i quali sono un misto tra oggettuali e narcisistici.

Questi intrecci, unitamente alle identificazioni attuali e passate, consentirebbero all’Io di conservare la funzione sintetica, che chiamerei ‘materna’, al fine di salvaguardarsi dalla frammentazione.

 

 

Bibliografia

Bettelheim B. (1968-1979). Il limite ultimo. In (1979) Sopravvivere. Milano, SE, 2005.

Chasseguet-Smirgel J. (1975). L’ideale dell’Io. Milano, Cortina, 1991.

Freud A. (1965). Normalità e patologia nell’età infantile. OAF 3.

Freud S. (1899). L’interpretazione di sogni. OSF 3.

Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. OSF 4.

Freud S. (1914). Introduzione al narcisismo. OSF 7.

Freud S. (1915-17). Introduzione alla psicoanalisi. OSF 8.

Freud. S. (1920). Al di là del principio di piacere. OSF 9.

Freud S. (1932a). Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni). OSF 11.

Freud S. (1932b). Perché la guerra. OSF 11.  

Freud S. (1937). Analisi terminabile e interminabile. OSF 11.

Freud S. (1938). Compendio di psicoanalisi, OSF 11.

Kertész I. (1975). Essere senza destino. Milano, Feltrinelli, 2023.

Spitz R. A. (1951). The Psychogenetic Diseases in Infancy – An Attempt at their Etiologic Classification. Psychoanalytic Study of the Child, 6:255-275.

[1] Come nel precedente articolo, le citazioni da Essere senza destino saranno riportate in corsivo e non virgolettate.

[2] Bandi, detenuto anche lui nel campo di concentramento – spalle larghe, statura media, occhi vivaci e luccicanti, nasino buffo e minuscolo perché rotto, come gli incisivi, per dei pugni – sarà il compagno di Gyurka a Zeitz. Arrivato al campo direttamente dal lavoro obbligatorio “era stato chiamato subito, all’inizio della guerra, perché aveva ventun anni e quindi per età, sangue e salute fin da allora era idoneo al lavoro” (ibidem, p. 113).

[3] I grassetti sono miei.

[4]Traduzione mia del termine Selbstbehauptung (cfr. GW XVII, p. 67) che generalmente significa ‘affermazione di un individuo nel suo ambiente’. La traduzione italiana OSF riporta invece “autoconservazione” (1938, p. 573), parola che corrisponde, piuttosto, a Selbsterhaltung (GW XVII, p. 136). V. anche la nota 10 nell’articolo Fame in questo stesso KnotGarden. Per quanto riguarda Selbstbehauptung il termine era comparso precedentemente in Al di là del principio di piacere ed era inteso come ciò che serve all’organismo “per affrontare le difficoltà del mondo esterno” (cfr. 1920, p. 196 ed. it; GW XIII, 1920, p. 6). In questo testo Freud però usa anche il termine Selbsterhaltung (autoconservazione) e lo associa a quello, sempre secondo la mia traduzione, di potere e di riconoscimento. Secondo me “Die theoretische Bedeutung der Selbsterhaltungs-, Macht- und Geltungstriebe schrumpft, in diesem Licht gesehen, ein” (GW XIII, 1920, p. 41) corrisponderebbe a: “Visto in questa luce, il significato teorico delle pulsioni di autoconservazione, di potere e di riconoscimento si riduce”. La traduzione OSF invece predilige “Vista alla luce di questo presupposto, l’importanza teoretica delle pulsioni di autoconservazione, di potenza e autoaffermazione diventa molto minore” (1920, p. 225). Si tratta di sfumature che forse hanno un loro peso: ‘potere e riconoscimento’ mi pare calzino meglio a quella citazione freudiana (che comparirà tredici anni dopo in Perché la guerra) relativa alla rosa dei moventi di Lichtemberg: “I motivi per i quali si agisce potrebbero essere disposti come i trentadue venti e i nomi formati in maniera analoga, per esempio ‘Pane- Pane- Fama’ oppure ‘Fama- Fama- pane’” (1932b, p. 299). Di tutti gli esempi che poteva fare, Freud sceglie quello in cui le motivazioni che spingono all’azione sono la pulsione di autoconservazione dell’individuo/pane (e non quella della conservazione della specie, come ci si sarebbe aspettati, visto che allo studio della pulsione sessuale ha dedicato gran parte della sua vita professionale) e la pulsione libidica narcisistica/fama. Ritengo che ‘affermarsi’ sia diverso da ‘conservarsi’ – in quanto potere e riconoscimento mettono in evidenza l’autoaffermazione più che l’autoconservazione – e che tale diversità enfatizzi l’importanza dell’investimento libidico dell’Io.

 

[5] In questo caso, il termine Selbsterhaltung (cfr. GW XVII, p. 136) nell’edizione italiana OSF viene tradotto con: “sopravvivenza” (1938, p. 632).

[6] Nell’ Interpretazione dei sogni Freud scrive che l’urgenza vitale “si presenta in un primo tempo nella forma dei grandi bisogni fisici. L’eccitamento prodotto dal bisogno interno cercherà uno sfogo nella motilità, che si potrà definire mutamento ’interno’ o ‘espressione del moto d’animo’. Il bambino affamato, senza aiuto, griderà o si agiterà. Ma la situazione rimarrà invariata, perché l’eccitamento proveniente dal bisogno interno non corrisponde ad una forza che colpisce momentaneamente bensì a una forza che agisce di continuo. Può esserci un cambiamento quando, in un modo qualsiasi, nel bambino per l’aiuto di altre persone, si effettua l’esperienza di soddisfacimento, che sospende lo stimolo interno” (1899, p. 515).

[7] “Quando si parla di egoismo si ha di mira solo il vantaggio dell’individuo” (Freud, 1915-17, p. 568).

[8] “Non pensiamo affatto che gli interessi libidici di una persona si trovino a priori in contrasto con i suoi interessi di autoconservazione” (Freud, 1915-17, p. 508); nel loro insieme, le due correnti pulsionali (entrambe collocate nell’ultima teoria pulsionale all’interno di Eros, cfr. Freud S., 1938, p. 575) fanno sì che il soggetto conduca “una doppia vita, come fine a sé stesso e come anello di una catena di cui è lo strumento, contro o comunque indipendentemente dal suo volere” (Freud 1914, p. 448).

[9] Cfr., ad es., quanto segue: Bandi è uno che si intrufolava tra la ressa che c’è ai lavabi con un: ‘Fate largo, musulmani!’ e a questo punto non c’è angolo del mio corpo che possa nascondersi al suo sguardo esaminatore. ‘Lavati anche il pisello, è lì che stanno i pidocchi’, e io obbedisco ridendo (ibidem, pp. 125-6). Interpreto il ridere come espressione dell’eccitazione sessuale e del desiderio nei confronti dell’amico.

[10] L’Io ausiliario è un concetto introdotto da Spitz ed è da lui chiamato “external ego” (cfr. Spitz, 1951, p. 256): durante il primo anno di vita l’Io rudimentale del bambino “sarebbe del tutto inadeguato all’autoconservazione se non fosse completato da un aiutante esterno, un Io sostitutivo […] a cui viene delegata la maggior parte delle funzioni esecutive, difensive e percettive. Questo delegato, che completa l’Io del bambino, è la madre o il suo sostituto. Possiamo parlare di lei come dell’Io esterno del bambino; come l’Io interno dell’adulto, l’Io esterno del bambino controlla le vie che conducono alla motilità durante il primo anno di vita” (Siptz,1951, p. 256). Poiché l’esempio non riguarda un infante, credo sia opportuno rifarsi al concetto di esteriorizzazione (Externalization) messo a punto da Anna Freud: “Non tutti i rapporti che un bambino [e anche l’adulto] stabilisce o trasferisce nell’analisi sono rapporti oggettuali nel senso che l’analista viene investito di libido o aggressività. Molti rapporti sono dovuti all’ esteriorizzazione, cioè a processi nei quali la persona dell’analista viene usata dal paziente per rappresentare l’una o l’altra della propria struttura della personalità” (1965, p. 792).

[11] La fame e la sete (cfr. Freud 1915-17, p. 563).

[12] Il termine “interesse dell’Io” è stato usato per la prima volta da Freud in Introduzione al narcisismo (1914, p. 452). Nella lezione 26 di Introduzione alla psicoanalisi Freud scrive: “Chiamammo ‘libido’ gli investimenti energetici che l’Io dirige sugli oggetti dei suoi impulsi sessuali e ‘interesse’ tutti gli altri investimenti, i quali provengono dalle pulsioni di autoconservazione” (1915-17, p. 565).

[13] “Ciò che caratterizza l’Io in modo del tutto particolare, differenziandolo dall’Es, è una tendenza a sintetizzare i propri contenuti, a riassumere e unificare i propri processi psichici, tendenza che manca completamente all’Es. Questo carattere soltanto produce quell’alto grado di organizzazione di cui l’Io ha bisogno nelle sue prestazioni più alte. L’Io evolve dalla percezione delle pulsioni alla loro padronanza ma quest’ultima viene raggiunta soltanto se la rappresentanza psichica delle pulsioni è inquadrata in una unità più ampia, inclusa in un contesto coerente” (cfr.1932a, Nuova serie di lezioni, Lezione 32, Scomposizione della personalità, p. 187).

[14]Cfr.1932b Introduzione alla psicoanalisi, Lezione 32, Scomposizione della personalità, p. 187.

[15] Nel Compendio Freud scrive: “L’amore nasce in appoggio al bisogno soddisfatto del nutrimento” (1938, p. 615).

[16] Chasseguet-Smirgel (1975) ritiene che l’Ideale dell’Io implichi l’idea di progetto e di speranza, concetti che richiamano l’idea di sviluppo, di evoluzione. È alla madre – essa scrive – che spetta il compito, almeno nei primi tempi, di condurre il bambino a proiettare il suo ideale dell’Io su modelli successivi sempre più evoluti. Frustrazioni e gratificazioni devono spingerlo a staccarsi da certe soddisfazioni per acquisire sempre nuove funzioni. Ciascuna tappa dello sviluppo deve fornirgli abbastanza gratificazioni perché non abbia voglia di tornare indietro e frustrazioni a sufficienza perché non abbia voglia di fermarsi (fissarsi); in questo processo è però necessario che egli conservi la speranza che gli permetterà di continuare a fare i gradini della sua evoluzione. Il bambino è guidato dalla madre che lo aiuta a proiettare avanti a sé il suo ideale dell’Io: l’oggetto ha una funzione di pressione, di sostegno della speranza, di “promessa”. Assume un ruolo motore” che aiuta il soggetto a progredire.

[17] Bandi era uno che, all’inizio, cantava: paura non conosciamo (Kertész, p. 120) e non di rado ripeteva che un giorno avrebbe di nuovo sentito il selciato della via Nefelejcs sotto i piedi (ibidem, p. 120) infondendo così a Gyurka coraggio e speranza. Anche questa è una funzione materna necessaria affinché l’Io impari, durante lo sviluppo, a far fronte a fattori potenzialmente traumatici sviluppando così al meglio le sue funzioni. L’amico, inoltre, menzionava anche le donne di Budapest (ibidem, p. 126), mantenendo vivo così il desiderio sessuale al di fuori della coppia Bandi-Gyurka. Sembra una madre/oggetto libidico che spinge il bambino a cercare oggetti diversi da sé, in modo da salvaguardare l’Io, per quel che le compete, dai sintomi derivanti da un eccesso di difese nei confronti dell’amore edipico.

[18]Bruno Bettelheim scrive che le situazioni estreme sono quelle in cui veniamo “improvvisamente catapultati in un insieme di condizioni in cui i meccanismi di adattamento e i valori di un tempo non sono più validi e anzi alcuni di essi possono addirittura mettere in pericolo la vita che avevano lo scopo di proteggere. […] È quello che è accaduto a me […] nella primavera del 1938 […] imprigionato […] e deportato nel campo di concentramento di Dachau” (Bettelheim B., 1968-1979, p. 26).

 

Mariagrazia Capitanio, Venezia

Centro Veneto di Psicoanalisi

mg.capitanio@libero.it

 

 

*Per citare questo articolo:

Mariagrazia Capitanio (2025). Fame. L’altro oggetto della pulsione di assunzione di cibo: l’Io. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 184-193.

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