Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
KnotGarden 2025/4 – Autoconservazione tra istinto e pulsione
di Patrizio Campanile
(Venezia), Membro Ordinario con funzione di Training della Società Psicoanalitica Italiana, Presidente del Centro Veneto di Psicoanalisi.
*Per citare questo articolo:
Patrizio Campanile (2025). Autoconservazione. Conservazione di chi? Di che cosa?. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 7-13.
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Mia autoconservazione; cioè conservazione di me. Ma che significa ‘di me’? La risposta va articolata, se mettiamo al lavoro ciò che abbiamo appreso dalla lezione freudiana.
Affrontare l’argomento ritengo possa anche dare utili indicazioni per riflettere su problematiche di grande entità, che costituiscono l’orizzonte in cui si svolgono le nostre vite ed in cui va sviluppato il nostro pensiero anche al di là del tema specifico ora in questione.
Come articolare la nostra riflessione sull’autoconservazione, ad esempio, con la minaccia esistenziale che incombe in vari ambiti? L’Ucraina, Israele sono alle prese con una minaccia esistenziale; ai russi viene suggerito che devono difendere la sopravvivenza di una cultura; anche Mario Draghi, presentando il suo pamphlet sulle prospettive dell’Unione Europea (2024) ha detto: “E’ da molto tempo che l’autoconservazione non è più una preoccupazione comune. … quello che non possiamo fare è non andare avanti, questa è una sfida esistenziale!”. Sono solo alcuni esempi e assai diversi tra loro. Segnalano però la complessità della questione.
Come psicoanalisti abbiamo qualcosa da dire al riguardo? Di nuovo: quando parliamo di conservazione di sé cosa dobbiamo intendere?
Al centro del problema dovranno essere presi in considerazione l’Io ed il suo modo di rappresentare se stesso. Io che, precisò Freud nel 1916, “è l’espressione delle sue pulsioni di autoconservazione e comprende gli ideali della sua personalità” (p. 635).
Farò riferimento ad alcuni punti di vista freudiani e, soprattutto, mi baserò su ciò che ricavo da una lettura dei suoi lavori che mette al centro il pensiero da lui sviluppato dopo il 1920, anno a partire dal quale ha avviato lo sviluppo della sua nuova teoria delle pulsioni. Dico che la ha avviata, giacché si è trattato di un cammino che si è sviluppato nel corso degli anni e che ha avuto un momento essenziale nella stesura de Il disagio della civiltà (1929)[1].
Rispetto all’autoconservazione (che “va attribuita all’Io”[2] il cui “compito è [proprio] l’autoconservazione”[3]), il passaggio alla nuova teoria delle pulsioni ridisegna il rapporto tra le pulsioni di autoconservazione o dell’Io e quelle sessuali. L’antagonismo non è più tra di esse, ma tra pulsioni di vita e pulsioni di morte e la prima coppia di pulsioni (quella relativa al primo antagonismo che aveva ipotizzato) viene collocata nell’insieme dal lato della pulsione di vita. Non è un passaggio semplice e Freud, che aveva designato come interessi dell’Io[4] ciò che è in grado di determinarne le sue scelte, deve misurarsi con le circostanze che possono portare l’Io stesso a mettersi al servizio della pulsione di morte. In Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), ad esempio, mette in evidenza come l’individuo che si annulla nella massa, cedendo a spinte onnipotenti, può arrivare “al punto da non lasciar sussistere l’interesse personale, neanche quello dell’autoconservazione” (p. 268).
Scartate le ipotesi che pure affronta nel corso della riflessione (per cui le stesse pulsioni di autoconservazione dell’Io gli erano sembrate far parte delle pulsioni di morte[5]) rimane la questione di stabilire le condizioni in cui le stesse pulsioni di vita diventano complici di quelle di morte.
L’elemento cruciale va individuato nell’equilibrio tanto necessario, quanto esposto a pericoli, tra investimenti narcisistici ed investimenti oggettuali. È nell’equilibrio o nel possibile squilibrio tra questi investimenti che si gioca la partita dell’autoconservazione.
La libido, cioè l’energia di Eros (la pulsione di vita), può infatti essere diretta tanto su di sé, quanto sull’oggetto, dovendosi sempre amministrare un equilibrio tra tendenze egoistiche e tendenze altruistiche e sociali[6] anche se c’è da tener conto che l’Io è l’oggetto “preminente” degli investimenti libidici[7].
Il punto di partenza per sviluppare il nostro argomento, a mio giudizio, sta nel fatto che, come è messo in evidenza fin dal 1922 (in L’Io e l’Es) l’investimento oggettuale può essere recuperato dal soggetto e sottratto all’oggetto attraverso i processi sublimatori. Con essi si verifica una desessualizzazione – intesa come rinuncia alle mete oggettuali[8] – che va certamente a vantaggio dell’Io[9], ma che lo può danneggiare; riprendendo un’affermazione di Green si crea infatti una rete che unisce narcisismo, identificazione e desessualizzazione ove l’Io può perdersi nella misura in cui si possono produrre effetti antagonisti rispetto ad Eros[10]. Eppure, contemporaneamente, e ciò sono io a volerlo mettere in evidenza, quella rete è fondamentale per la sua strutturazione e crescita. Dall’amalgama che si crea grazie a questi tre processi psichici (di questo si tratta quando parliamo di narcisismo, di identificazione e di desessualizzazione) ciascuno di noi giunge a definire chi è. Sono infatti i processi su cui si basano la rappresentazione di sé, la sua articolazione e differenziazione ed il senso di continuità di se stessi.
Se stanno così le cose, l’interrogativo iniziale, ‘autoconservazione di chi? Di che cosa?’ si complica e richiede di essere articolato. Sia per definire ciò che eventualmente desideriamo conservare, sia per chiarire cosa siamo disposti a sacrificare per difendere la nostra conservazione, o almeno ciò che sta al fondo di ogni processo autoconservativo: la prosecuzione della nostra vita biologica.
Cosa scatta nel partigiano disposto a sacrificare la sua esistenza per una causa? In un terrorista fanatico che si fa saltare in aria per motivi ideologici? Quello che uccide ad occhi chiusi, nel senso che colpisce alla cieca le vittime? E quello che gode guardando con crudele e gioiosa ferocia la vittima del suo massacro mettendo da parte le possibili conseguenze del suo atto? Che processi avvengono in una determinata società o gruppo sociale perché singoli individui possano arrivare a tanto? A mettere, cioè, la propria sopravvivenza biologica in secondo piano rispetto ad obiettivi o ideali perché di questo si tratta, dal nostro punto di vista, ancorché mostruosi? Ma anche: che conseguenze possiamo immaginare possano esserci in una società che mette diciamo momentaneamente da parte, mossa da un pericolo esistenziale, i propri principi fondanti e costitutivi agendo in modo cieco e talvolta crudele? E che conseguenze ciò può avere per i singoli e le future generazioni sia delle vittime che dei perpetratori di tali comportamenti? Su quel me di ciascuno che pure sempre ci preme salvaguardare? E sulla società che, proprio in quel modo, mira a sopravvivere?
Sono interrogativi che richiedono di essere affrontati da più punti di vista e nessuno può pretendere l’esclusiva. Consapevole di questo, provo – come ho detto – a mettere al lavoro alcuni pensieri e cose che ho appreso e che penso utile qui riprendere seppur in modo sintetico.
Conservazione di sé e conservazione della specie
Con l’inaugurazione della vita si attivano una tendenza[11] ed una spinta a protrarla; sono l’intento ed in ultima analisi la meta della pulsione di vita.
Se, essendo costituiti da materia, rimangono in noi le tracce del principio di inerzia[12] che caratterizza la materia non vivente, con il passaggio alla materia vivente la vita avanza le sue pretese sotto forma di pulsione di vita che mira a “stabilire unità sempre più vaste e tenerle in vita” (Freud, 1938, p. 575).
La salvaguardia del singolo e quella della specie, ascritte rispettivamente alle pulsioni dell’Io ed a quelle sessuali, col 1920 ed il nuovo dualismo pulsionale, vengono considerati scopi non disgiunti ed in opposizione[13]: entrambe sono mete della pulsione di vita. È un “fatto biologico irrefutabile”, ritiene Freud, che “il singolo essere vivente serva due intenti: l’autoconservazione e la conservazione della specie” (1932, p. 204). L’uno, aggiungo, non dovrebbe prescindere dall’altro.
È l’aver ripensato l’insieme dei processi vitali sullo sfondo del funzionamento della materia vivente e non vivente, chiarendo e distinguendo ciò che mantiene la continuità con quest’ultima e ciò che si mette in moto con la comparsa della vita e quindi crea discontinuità, che ha reso palese questa unitarietà di intenti pur rimanendo essi potenzialmente conflittuali[14].
Fin da subito, e proprio per la sopravvivenza, si coniugano gli interessi dell’Io e le ragioni dell’investimento della realtà e degli oggetti, ma fin da subito essi s’intrecciano in modo conflittuale: le necessità vitali sono appagate grazie agli oggetti che offrono il necessario per la sopravvivenza (nutrimento, cure, relazione, sicurezza e cioè in ultima istanza amore)[15] e ciò determina legami; ma da subito nasce e cresce nell’esser umano la spinta a differenziarsi, mantenere e preservare un’individualità ed in qualche modo, privilegiando il proprio narcisismo, rompere i legami. Tutta la vita di ciascuno di noi è inevitabilmente dominata dall’andare verso (l’oggetto e la realtà esterna) ed il ritrarsi. A ben vedere, però, ci avverte Freud, questa doppia tendenza[16] non va ascritta, come pure potrebbe sembrare all’antagonismo pulsioni di vita, pulsione di morte. O, almeno, va considerato un passaggio intermedio, anche se l’esito è poi in sintonia con l’aspirazione della pulsione di morte: rompere i legami, andare verso l’autodistruzione e la distruzione. Va ascritto, piuttosto, ad una discrepanza interna dovuta al conflitto investimenti narcisistici-investimenti oggettuali: “questa lotta tra individuo e società non è un prodotto del contrasto presumibilmente insanabile tra le pulsioni originarie[17], Eros e Morte; equivale piuttosto a una discrepanza nell’amministrazione interna della libido tra l’Io e gli oggetti” (Freud, 1929, p. 626).
I processi sublimatori
L’Io, sede della pulsione di vita, è costretto a cercare un equilibrio tra l’investimento di sé, necessario per l’autoconservazione (dalla cura del corpo, alla valorizzazione della rappresentazione di sé), e l’investimento degli oggetti e della realtà, che pure sono necessari per l’autoconservazione. Essendo all’origine il “serbatoio della libido”[18] che viene poi esternata sull’oggetto, l’Io non smette di cercare di recuperare quote di investimento e, potremmo dire, si avvantaggia per questo scopo degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione di desideri (per i limiti che pongono la realtà esterna e il sistema normativo-ideale interno) modificando le mete a tutto vantaggio del recupero di libido. È il processo di sublimazione in base al quale la rinuncia ad una meta pulsionale va a beneficio dell’Io; comporta cioè un guadagno narcisistico. Gli svantaggi, illustra Freud, sono una desessualizzazione, un possibile progressivo allentamento dei legami con gli oggetti ed eventualmente una derealizzazione[19]. Da questo ‘recupero’ ne dovrebbe guadagnare l’Io, ma è così solo fino ad un certo punto giacché la perdita dei legami con gli oggetti reali è l’anticamera del sopravvento della pulsione di morte: “la componente erotica non ha più la forza di vincolare tutta la distruttività che le era legata” 1929, p. 516) creandosi così un disimpasto pulsionale che attiva processi regressivi[20] e distruttivi.
Credo si possano considerare anche le rappresentazioni di sé come degli oggetti e, quindi, così pure gli ideali: oggetti interni con cui l’Io intrattiene un rapporto sulla base degli investimenti che fa su di essi. Ne può diventare vittima o può anche ad un certo punto sbarazzarsene. Sono due circostanze che vanno considerate per i loro effetti sull’autoconservazione. Gli ideali possono dominare al punto da azzerare ogni altro aspetto della realtà fino a giustificare l’eliminazione crudele di ciò e di chi vi si frappone, ma, in particolari circostanze possono essere messi totalmente da parte e, in tal caso, crudele diventa l’insensibilità cui si può giungere attaccando chi costituisce o si suppone possa costituire una minaccia per l’autoconservazione.
Per quanto riguarda la prima delle due eventualità, il disimpasto pulsionale conseguente alla sublimazione può determinare le caratteristiche degli ideali: le identificazioni che stanno alla base della costituzione del sistema ideale-normativo, comportando una desessualizzazione (un dirottamento dell’investimento da oggettuale a narcisistico) o “addirittura una sublimazione” (1922, p. 516) determinano un disimpasto. “Da questo disimpasto – conclude Freud – l’ideale trarrebbe […] il suo carattere rigido e spietato (ibid.). Rigido nel controllo del soggetto e potenzialmente spietato sia nei propri confronti che nei confronti degli oggetti. È la dinamica che ci aiuta a spiegare la crudeltà cui si può dare sfogo sulla base degli ideali. L’oggetto, in questi casi, proprio in quanto altro è riconosciuto e tendenzialmente distrutto, ma rimane tale per il soggetto: è ciò che caratterizza la tua alterità che voglio distruggere e per questo ti distruggo[21].
Diversa, mi pare, si presenta la situazione in cui l’oggetto sparisce dall’orizzonte del soggetto; spariscono in questo caso tanto l’ideale in quanto oggetto per il soggetto quanto l’altro essere umano non più oggetto d’investimento.
Le due situazioni possono apparire simili giacché l’esito è apparentemente il medesimo: prevalgono distruzione e mortificazione.
Credo invece che sia utile distinguerle per gli effetti che hanno sull’individuo e sul gruppo sociale.
La questione che mi pongo, collegata in modo specifico all’interrogativo iniziale, è quindi: cosa succede quando viene messo da parte ciò cui ha portato il processo di civilizzazione? Quel processo che mira a preservare l’autoconservazione dell’individuo e della comunità attraverso il controllo della distruttività, della “crudele aggressività” (Freud, 1929, p. 599) che, per difesa (giacché potrebbe essere diretta su di sé) viene rivolta sull’oggetto come aggressività diretta (ibid., p. 595)[22].
Per valutare la portata di questa eventualità penso necessario partire da lontano, proponendo una riflessione sulla pulsione, e fare una possibile costruzione che baso sulla prosecuzione del filo di pensieri fin qui inanellato.
Pulsione
Chiamiamo pulsioni “le forze che assumiamo[23] stare dietro le tensioni determinate dai bisogni dell’Es. Esse rappresentano le richieste avanzate dal corpo alla vita psichica” (1938, p. 575).
Così Freud nel Compendio.
È una definizione che si complica e che merita quindi di essere articolata se si tiene conto di quanto Freud stesso aggiunge in vari contesti, a cominciare dal postulato fondamentale che mette in capo sempre al Compendio (1938a, p. 572): “La psicoanalisi parte da un postulato di base[24] la cui discussione è riservata al pensiero filosofico e la cui giustificazione risiede nei suoi propri risultati. Di ciò che chiamiamo la nostra psiche (o vita psichica) ci sono note due cose: innanzitutto l’organo fisico e il suo scenario, il cervello (o sistema nervoso) e, in secondo luogo, i nostri atti di coscienza che sono dati immediatamente […]. Tutto ciò che sta in mezzo fra queste due cose ci è sconosciuto, e non è data una relazione diretta fra i due estremi del nostro sapere”.
Ne conseguono, come è noto, due assunti (ἀξίωμαι).
Il primo: “Noi assumiamo[25] che la vita psichica sia funzione di un apparato al quale ascriviamo un’estensione spaziale e una struttura composta di più parti” (p. 572).
Il secondo[26]: “La psicoanalisi […] spiega[27] che i processi presunti concomitanti di natura somatica costituiscono il vero e proprio psichico, e in virtù di ciò prescinde a tutta prima dalla qualità della coscienza” (p. 585).
La coscienza è un fenomeno tanto aleatorio, quanto non necessario perché si dia vita psichica, anzi il vero e proprio psichico sta nei processi somatici.
Come conciliare tutto questo con l’affermazione che le pulsioni rappresentano le richieste corporee avanzate alla sfera psichica? Freud in realtà ci avverte: non dobbiamo confondere ciò che è dovuto ad una necessità del pensiero (e cioè il dover articolare le rappresentazioni come riguardassero entità diverse) con un’opzione dualistica[28]. Fatto sta che noi siamo corpo a tutti i livelli, dal più concreto e più materiale a quelli più spirituali. Tra di essi si può pensare però ad una gradualità dipendente da forme diverse di funzionamento.
È quanto ci suggerisce Freud stesso in Al di là del principio di piacere distinguendo “le tensioni meramente pulsionali, in contrasto con quelle intelligenti”, quelle cioè che portano “l’organismo vivente” ad opporsi “con estrema energia” ai pericoli[29]. Per come sono portato a leggere: vanno considerate differenze qualitative in base alle caratteristiche della spinta ed eventualmente supporre che vadano fatti dei distinguo tra le richieste avanzate dal corpo alla vita psichica; alcune, diversamente da altre, non dirette dall’intelligenza e quindi non piegate alle richieste della civiltà e non inserite in un contesto simbolico e di relazioni specifici.
Leggendo il testo di Freud si può, inoltre, rilevare anche una possibile differenziazione quantitativa, oltre che qualitativa contemplando egli un “soddisfacimento sfrenato di tutti i bisogni”[30] (1929, p. 569), un “soddisfacimento di un moto pulsionale selvaggio che l’Io non controlla in alcun modo”[31] (ibid., p. 571) il godimento sulla base di una “pulsione addomesticata”[32] (ibid.). Connessi sono da considerare diversi gradi di piacere e di amministrazione del possibile pericolo conseguente alla scarica in conseguenza del progressivo padroneggiamento degli impulsi da parte dell’Io.
A partire da queste osservazioni, ritengo possa essere utile allora rappresentarci un processo in cui avvengono delle trasformazioni sia qualitative che quantitative e che questo processo abbia a che fare con la trasformazione della spinta da eccitamento che reclama ciecamente la scarica in pulsione grazie, come vedremo tra breve, al legamento narcisistico ed oggettuale e grazie a processi di simbolizzazione che implicano tolleranza del tempo per giungere al soddisfacimento ed eventualmente consentono spostamenti a carico della meta e dell’oggetto.
Prima, però, val la pena aggiungere che per alcuni autori lo stato slegato e dirompente caratterizzerebbe la pulsione di morte. Ad esempio, Laplanche (1980, p. 140) che infatti mette in discussione il dualismo pulsionale freudiano. Aggiungo il punto di vista di Conrotto che, oltre a riprendere quello di Laplanche ora menzionato, premette un elemento che andrà tenuto presente nel prosieguo del discorso; detto infatti che “la pulsione va intesa come la traduzione degli schemi istintuali cui viene assegnato un nuovo statuto di ‘azione interiorizzata’” (cfr. ibid., pp. 46-7), conclude: “Seguendo Laplanche, riteniamo che questi schemi d’azione che hanno cambiato di senso, se tendono ad esprimersi in azioni concrete sono ascrivibili a quella che Freud chiama ‘pulsione di morte’, in quanto tendono a scaricare nell’azione la tensione psichica connessa all’investimento psichico dello schema e del suo senso e lo fanno obbedendo esclusivamente al principio di piacere e all’esigenza di liberarsi dalla tensione” (ibid., p. 51).
Messa in questi termini la successione moti pulsionali-moti intelligenti prima nominata diventerebbe: schemi/tensioni istintuali, tensioni che mirano alla scarica immediata nell’azione e sulla base esclusiva del principio di piacere (pulsione di morte) e ricerca del soddisfacimento legato (pulsione di vita). Non condivido la visione di questi autori rispetto alla pulsione di morte, ma cito la sequenza perché segnala una progressione che è ciò che sto cercando di mettere in evidenza.
Aggiungo, perché è da tener presente nel discorso successivo, che nella concezione strutturale è l’Es ad essere dominato dal principio di piacere laddove l’Io cerca di coniugare la ricerca del piacere con la realtà: “Dal principio di piacere alla pulsione di autoconservazione il cammino è ancora lungo; le intenzioni di entrambi sono lungi dal coincidere sin dall’inizio” (1932, p. 203). Infatti: “La potenza dell’Es esprime il vero intento vitale del singolo individuo, che consiste nel soddisfare i suoi innati bisogni. L’intento di mantenersi in vita e di tutelarsi dai pericoli mediante l’angoscia non può essere ascritto all’Es. È questo un compito dell’Io, cui spetta anche di trovare il modo più promettente e meno pericoloso di ottenere soddisfacimento, tenendo conto però del mondo esterno” (1938, p. 575).
Nel percorso che stiamo seguendo l’attenzione va ora spostata, quindi, dall’Es all’Io.
La teoria delle pulsioni a partire dall’Io
“Così come l’Es è esclusivamente orientato al conseguimento del piacere, l’Io è controllato dalla considerazione della sicurezza[33]. L’Io si è posto il compito dell’autoconservazione, compito che l’Es sembra invece trascurare, e si serve delle sensazioni di angoscia come di segnali che annunziano pericoli minacciosamente incombenti sulla sua integrità” (Freud, 1938a, p. 626). La sicurezza dipende dai legami e quindi dallo strutturarsi delle relazioni con gli oggetti e si stabilizza nel loro orizzonte. Aggiungo: oggetti esterni ed interni.
Lo aggiungo perché segnala un elemento importante per il filo di pensieri che sto seguendo.
Tra questi ultimi centrali saranno gli elementi costitutivi del sistema ideale-superegoico. Il Super-io, struttura interna istituitasi sulla base dei legami, è infatti, come Freud ci mostra ne Il disagio, una delle istituzioni principali che nella storia dell’umanità e dei singoli individui presiede alla sicurezza mirando a “proteggere l’umanità dalla natura” ed a “regolare le relazioni degli uomini tra loro” (1929, p. 580).
L’oggetto, cui ci si affida per mantenere la sicurezza (1932, p. 267), ha quindi in modo diretto (la relazione di cui si è consapevoli) ed indiretto (i processi inconsci come l’identificazione) una posizione centrale per preservare la sicurezza proteggendo i legami.
Se è così, potremmo dire che le spinte dirompenti e potenzialmente distruttive e autodistruttive possono essere legate grazie all’incontro ed alla relazione d’amore con l’oggetto anche se è proprio nella relazione oggettuale che l’essere umano si trova massimamente cimentato nel conflitto fondamentale che lo domina: l’individuo infatti può andare verso l’altro fino a confondersi, fondersi e annullarsi (e ciò lo farebbe sparire come individuo) o può ritrarsi, sfuggire e tentare di evitare ogni relazione arroccandosi narcisisticamente, ma, così facendo e cioè affidandosi alle tentazioni onnipotenti, perderebbe alla fine il contatto con la realtà. Il risultato sarebbe comunque soccombere.
Pulsione, istituzione del narcisismo e relazione oggettuale
La qualità pulsionale di una spinta dipenderebbe allora dal poter essere legata ad un’oggetto nelle sue componenti consce ed inconsce?
Questa è in effetti l’operazione che trasforma la spinta in un elemento regolatore dell’autoconservazione dell’essere umano. E ciò sia rispetto all’individuo stesso (inteso come oggetto per il soggetto) che nei confronti dell’altro della relazione (gli oggetti altri).
L’operazione supposta da Freud, capace di determinare il transito dall’autoerotismo al narcisismo, realizza che il piccolo essere umano riconosce se stesso come oggetto d’investimento: “qualcosa – una nuova azione psichica – deve dunque aggiungersi all’autoerotismo perché si produca il narcisismo” (Freud, 1914, p. 497). Il corpo e particolarmente alcune sue aree hanno “una certa idoneità” a costituirsi come zona erogena (1905), ma la “nuova azione psichica” rende se stessi un oggetto totale investito. Cruciale per questo esito è l’azione di scarica della pulsione di morte verso l’esterno che permette la nascita dell’Io nello stesso tempo in cui istituisce l’oggetto (amplio quanto detto da Freud, 1915a).
Viceversa, il rapporto col seno istituisce il legame erotico con il corpo della madre: “Il primo oggetto erotico del bambino è il seno della madre che lo nutre, l’amore nasce in appoggio al bisogno soddisfatto del nutrimento. Certo, all’inizio, il bambino non distingue tra il seno materno e il proprio corpo; quando il seno, separandosi dal corpo del bambino viene portato fuori, esso si accaparra, in quanto oggetto, una parte dell’originario investimento libidico narcisistico” (Freud, 1938, p. 615).
Si tratta di due traiettorie (una che riguarda il narcisismo, l’altra l’amore oggettuale) che possono essere pensate separatamente, anzi che per essere pensate vanno separate, ma che in realtà costituiscono un tutt’uno.
Numerosi sono gli autori che, come ho sintetizzato altrove, legano la pulsione alla comparsa o all’azione dell’oggetto. Ciò dipenderebbe, a seconda degli Autori, dalla pressione dell’inconscio (rimosso) dell’altro (Laplanche[34]), dal rinvenimento dell’oggetto capace di soddisfare lo stimolo (Green[35]), dal costituirsi dell’oggetto (Winnicott[36]), dai fallimenti della relazione d’oggetto (in particolare della relazione con l’oggetto-sé, Kohut[37]), da un processo di progressiva psichicizzazione (Denis[38], Israël[39]), dall’azione dei fantasmi organizzatori dello psichico (oltre ad alcuni degli Autori citati, Israël, 2011,…), dal loro essere integrati in fantasie (inconsce: è il caso di M. Klein)” (Campanile, 2021, p. 160).
Questi autori ritengono che sia l’incontro con l’oggetto che forma la pulsione laddove per Freud sembrerebbe il contrario: la pulsione porta nella direzione dell’oggetto.
Come ho cercato di mostrare, se andiamo al di là della definizione generale – pulsioni come richieste corporee avanzate alla vita psichica – che egli dà di pulsione, Freud mostra la complessità con cui ci si deve misurare. Trattandosi di costruzioni che devono risultare efficaci per spiegare i fenomeni, per parte mia ritengo utile[40], a partire dalla definizione generale e compatibilmente con essa, riconoscere ciò che di specifico ciascuna delle due teorie, di cui prima ho parlato, ci permette di comprendere oscillando quindi tra uno sguardo basato sulla teoria della trasformazione qualitativa e quantitativa della spinta ed uno a partire dalla teoria della trasformazione della spinta in pulsione.
Tenendo conto della dinamica autoerotismo-narcisismo-relazione oggettuale le spinte nella direzione della vita e quelle nella direzione della morte possono integrarsi in un impasto più o meno favorevole e più o meno in grado di salvaguardare tanto l’individuo quanto la relazione oggettuale.
Un disimpasto può comportare tanto una regressione nella capacità di controllo degli impulsi quanto uno squilibrio tra investimenti narcisistici ed investimenti oggettuali.
In ogni caso l’esito è distruttivo ed autodistruttivo.
Volendo sintetizzare il mio punto di vista a conclusione di questa ricostruzione, ritengo utile definire pulsionale una spinta inscritta nel sistema complesso di fattori che caratterizza l’essere umano e che lo colloca in un sistema simbolico e di relazioni interne ed esterne, non qualsiasi spinta. Ciò vale sia per quanto contribuisce al mantenimento della vita, sia per quanto riguarda ciò che la distrugge.
Sembra una speculazione solo teorica. Penso invece possa essere una riflessione utile anche per rispondere alle domande che mi sono posto all’inizio di questo lavoro.
Ritengo infatti si debba tener conto che in particolari condizioni si verifica una regressione rispetto ad entrambi i processi di cui cercano di rendere conto le due teorie (teoria della trasformazione qualitativa e quantitativa della spinta e teoria della trasformazione della spinta in pulsione) e che ciò risulti distruttivo.
Un apparato stratificato
L’intero apparato psichico amministra l’equilibrio tra l’andare verso ed il ritrarsi ed è, stabilmente od occasionalmente, esposto a diversi gradi di irruenza e perentorietà degli impulsi da fronteggiare. Stabilmente: l’Es è dominato unicamente dal principio di piacere, l’Io media tra piacere e realtà, il Super-io si fa portavoce delle norme e quindi anche della realtà, ma affonda le sue radici nell’Es.
Occasionalmente: le circostanze che si creano nell’equilibrio tra interno ed esterno possono far sì che anche Io e Super-io vengano travolte dall’irruenza degli impulsi.
Penso utile rappresentarci il funzionamento dell’apparato come stratificato oltre che articolato[41]: se prendiamo lo schema proposto da Freud nella Lezione XXXI per descrivere l’apparato psichico e che implica una verticalità che si può immaginare come l’indicazione un vettore[42], possiamo pensare che nell’Es, ma in parte anche nell’Io e nel Super-io, si realizzino gradi diversi di padroneggiamento della forza istintuale e gradi diversi in cui essa viene legata con esiti altrettanto diversi per la vita del singolo e la sopravvivenza delle sue relazioni.
Autoconservazione
Messi assieme tutti questi elementi posiamo tornare al quesito di partenza.
Autoconservazione, quindi, di chi e di che cosa?
Alla fine di questo percorso, per me è chiaro che parlare di autoconservazione nel caso dell’essere umano deve riguardare tutto ciò che lo compone, lo caratterizza e lo distingue. Deve riguardare la sua vita biologica, la sua facoltà di pensiero, la sua libertà, il suo sistema ideale, i suoi legami, il modo in cui ha organizzato il suo essere sullo sfondo della filiazione, l’intreccio che ha inteso coltivare e preservare fino al momento critico tra le tendenze egoistiche e quelle altruistiche e cioè tra gli investimenti narcisistici e quelli oggettuali, la cultura nella quale ha fondato la rappresentazione di sé.
Che ne è dell’essere umano che, salvaguardata la sua sopravvivenza biologica, constata di aver rinunciato a tutto il resto? A quel resto che pure lo caratterizza e lo rende individuo vivo?
La stessa cosa si potrebbe dire per una società.
Come viene preservato quel qualche cosa di sé che momentaneamente viene trascurato per tutelare la vita biologica e come si rapporta poi l’Io con quella parte di sé quando le circostanze consentono di recuperarla?
Lo stesso interrogativo si può estendere alle società.
Penso che l’unità legata dell’insieme che costituisce un individuo possa essere sacrificata, che le circostanze lo possano imporre, che la paura lo possa determinare ma che, in ogni caso, l’esito sarà inevitabilmente distruttivo ed autodistruttivo nel breve o nel lungo periodo per il prevalere della distruttività ed alla fin fine dell’autodistruttività incontrollate.
Penso che il modo in cui si è strutturato l’essere umano nel succedersi delle generazioni e dei processi di civilizzazione ci condanni a questa ineludibile realtà: o salviamo tutto di noi quando lottiamo per l’autoconservazione e cioè cerchiamo di preservare l’unità legata della nostra individualità o il simulacro di noi che sarà riuscito a sopravvivere allo slegamento non avrà più a che fare con noi stessi.
Che ne sarebbe in tal caso della nostra autoconservazione?
[1] In Campanile, 2021 ho ampiamente argomentato che in quel saggio Freud fa un passo decisivo nella costruzione della teoria delle pulsioni.
[2] Freud, 1922, p. 502.
[3] “In virtù della relazione precostituita fra percezione dei sensi e azione muscolare, l’Io dispone dei movimenti volontari. Suo compito è l’autoconservazione, compito che è assolto, per quel che riguarda l’esterno, imparando a conoscere gli stimoli, accumulando (nella memoria) esperienze su di essi, evitando (con la fuga) gli stimoli di intensità eccessiva e andando incontro (con l’adattamento) a quelli di intensità moderata, apprendendo infine a modificare (con l’attività) in modo adeguato e in vista di un proprio vantaggio il mondo esterno; per quel che riguarda l’interno, nei confronti dell’Es, il compito è assolto acquistando il controllo sulle richieste pulsionali, decidendo se ad esse può esser dato soddisfacimento, rinviando tale soddisfacimento a tempi e circostanze migliori del mondo esterno, o magari reprimendo del tutto gli eccitamenti di queste pulsioni” (Freud, 1938, p. 573).
[4] Freud, 1914, p. 462; 1915a, p. 34.
[5] V. 1920, § 5.
[6] Così ne parla Freud, 1915b, p. 131.
[7] Cfr. Freud, 1920, p. 237.
[8] Freud, 1922, pp. 492-3.
[9] L’Io o suoi oggetti interni diventano oggetto di investimenti. La desessualizzazione infatti, precisa L. Kahn (2005, 1393), non implica depulsionalizzazione nella misura in cui, transitando per un investimento narcisistico, si arriva all’elezione di un nuovo oggetto.
[10] Green, Il lavoro del negativo, 1993, p. 303: l’Io è intrappolato in una “rete [che] comprende il narcisismo, l’identificazione, la desessualizzazione [e] tutt’e tre hanno in comune, in ultima istanza, una funzione antagonista ad Eros”.
[11] V. Freud, 1920, §7.
[12] “La confusione (o equivalenza) tra meta dell’azzeramento della tensione e quella del mantenimento della costanza si evita se, partendo dal Compendio e quindi a posteriori, si mette in evidenza l’articolazione tra ciò che è relativo al mondo inorganico, ciò che riguarda quello organico, ciò che segnala l’intreccio tra i due e ciò che li differenzia” (Campanile, 2021, p. 174).
[13] La conservazione dell’individuo veniva precedentemente ascritta alle pulsioni dell’Io; quella della specie alla pulsione sessuale il cui obiettivo andava pensato andare oltre la vita del singolo: “La fame poteva essere assunta come rappresentante di quelle pulsioni che vogliono conservare il singolo individuo; l’amore va in cerca degli oggetti e la sua funzione principale, favorita in ogni maniera dalla natura, è la conservazione della specie. Così all’inizio la contrapposizione fu tra pulsioni dell’Io e pulsioni oggettuali” (1929, p. 604).
[14] Ho sviluppato questa lettura in Campanile, 2021, pp. 26, 54, 177, 188, 226.
[15] Già nel 1909 Freud annota: “diventa essenziale una persona estranea, che deve la sua importanza, originariamente, a considerazioni derivanti dalla pulsione di autoconservazione” (p. 162).
[16] Il conflitto fondamentale dell’essere umano (Campanile, 2023).
[17] Il testo tedesco recita originarie e non primarie come è in OSF. Non è una differenza da poco giacché primario rinvia ad un’epoca, originario a come si avvia e si struttura un processo.
[18] Freud, 1920, p. 237.
[19] Uso questo termine per intendere un prevalere della realtà interna e costruita a svantaggio di quella reale. Ho in mente le critiche che faceva Freud a M. Klein, quando gli sembrava che lei valorizzasse la realtà interna a scapito del riconoscimento di quella materiale.
[20] Cfr. Freud 1922, pp. 504, 505; 1925, pp. 262, 263.
[21] “Condivido il punto di vista di Sofsky (autore di Il paradiso della crudeltà, e di L’ordine del terrore, 1993): «Non è l’anonimato, bensì la vicinanza a istigare le azioni più riprovevoli. Ben lontana dall’innalzare la soglia inibitoria del sopruso, fa aumentare la passione della violenza» (1999, p. 82). È quanto mi pare risulti evidente anche dalla lettura dei resoconti relativi ad episodi di crudeltà efferata che portava all’estremo l’ordinaria crudeltà nei «campi» di concentramento e sterminio organizzati dai nazisti (penso alle situazioni descritte nel testo di R. Antelme, 1957). Sottolineo che questo è un punto di vista opposto a quello in cui spesso mi sono imbattuto secondo il quale la crudeltà è agita nei confronti di chi è percepito come entità anonima. In questo caso mi sembra venga confuso l’obiettivo con il punto di partenza di un processo che mira effettivamente a trasformare l’oggetto in scarto” (Campanile, 2017, p. 38).
[22] GW, 465: direkter Aggressionsneinung; SE, p. 105: plain inclination to aggression.
[23] Annehmen. In OSF “supponiamo”. Per le citazioni dal compendio faccio riferimento al testo rivisto e corretto e pubblicato in Riolo, 2021. Riporto comunque le pagine OSF.
[24] Grundvoraussetzung [OSF: “premessa di fondo”]. Anche per le citazioni dei termini dell’originale tedesco faccio riferimento a Riolo, 2021.
[25] Nehmen [OSF: “supponiamo”].
[26] “Assunto fondamentale” (fundamentale Annahme) [OSF: “la sua seconda ipotesi fondamentale”].
[27] Erklärt [OSF: “reputa”].
[28] Per maggior chiarezza, a questo proposito, vanno letti assieme questi passaggi del Compendio e le pagine di Alcune lezioni elementari di psicoanalisi (1938b) in cui Freud torna sulla questione e la chiarisce in modo definitivo.
[29] Cfr. Freud, 1920, p. 225.
[30] GW, p. 435: Uneingeschränkte Befriedigung aller Bedürfnisse. SE, p. 77: Unrestricted satisfaction of every need.
[31]SE, p. 79: “Satisfaction of a wild instinctual impulse untamed by the ego”.
[32] GW, p. 437: gezähmten Triebes. SE, 79: “Instinct that has been tamed”.
[33] Per la traduzione faccio sempre riferimento a Riolo, 2021. [OSF: “dominato da problemi di sicurezza”.
[34] Per Laplanche la fonte della pulsione è l’inconscio rimosso (2007, pp. 193 e 203).
[35] “Il rappresentante psichico è il rappresentante psichico della pulsione come eccitazione endo-somatica, senza alcuna possibilità di raffigurazione. Ciò che si delega del corpo non è una rappresentazione, ma una richiesta che acquista senso solo per il congiungimento del rappresentante psichico con la rappresentazione d’oggetto” (1995c, p. 71).
[36] Per Winnicott è necessario che la madre-ambiente si sia costituita come oggetto perché si possa parlare di pulsione.
[37] La distruttività costituisce per Kohut un chiaro esempio di come la pulsione entri in scena per fallimenti traumatici (v. 1977, p. 113).
[38] “Non consideriamo la pulsione come innata, ma come il risultato di una prima elaborazione fondatrice dello psichismo” (Denis, 1997, p. 11).
[39] “La pulsione è la versione più compiuta della psichicizzazione progressiva dell’eccitamento” (Israel, 1990, citato in Denis, 1997).
[40] Questo è un punto di arrivo del ragionamento che spiega anche perché all’inizio ho detto che affrontare questo argomento può essere utile per definire l’orizzonte del nostro pensiero.
[41] Accanto ad una strutturazione stratificata è utile infatti considerare una molteplicità di funzionamenti all’interno di ciascuna struttura. Si pensi ad esempio come nel sistema ideale-normativo i funzionamenti connessi ad un Io ideale differiscano sostanzialmente rispetto a quelli regolati dall’ideale dell’Io. Entrambi nuclei che lo costituiscono. V. Campanile, 2023.
[42] Vettore implica una direzione ed un duplice verso.
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Kahn L. (2005). La decomposition. Rev. Fr. de Psychanalyse, LXIX.
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Riolo F. (a cura di) (2021). Teorie psicoanalitiche a confronto. Un’indagine assiomatica. Rivista di Psicoanalisi 67:787-789.
Sofsky W. (1993). L’ordine del terrore. Bari, Laterza, 1995.
Sofsky W. (1999). Il paradiso della crudeltà. Milano, Einaudi, 2001.
*Per citare questo articolo:
Patrizio Campanile (2025). Autoconservazione. Conservazione di chi? Di che cosa?. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 7-13.
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