"Jean-Bertrand Pontalis. La stagione della psicoanalisi" di Chiara Matteini

a cura di Silvia Mondini

Autrice: Chiara Matteini
Titolo: “Jean-Bertrand Pontalis. La stagione della psicoanalisi”
Editore: Feltrinelli Editore
Collana: Eredi
Anno pubblicazione: 2025
Pagine: 177

Quarta di copertina:

Jean-Bertrand Pontalis ha incarnato la ricchezza del pensiero psicoanalitico con la libertà di un attraversatore di mondi. Ha contribuito, insieme agli altri grandi psicoanalisti della sua generazione, alla riflessione sulle forme di sofferenza extranevrotiche e, soprattutto, a mettere in luce la necessità per l’ascolto analitico di una posizione costante di accoglienza dello straniero che ogni alterità rappresenta. Di quella che chiamava la quinta stagione, la stagione della psicoanalisi, una stagione fuori dal tempo, o creatrice di un altro tempo, Pontalis è uno degli interpreti più straordinari. La temporalità anacronica dell’inconscio, quella dell’infantile, insieme immutabile e introvabile, è la cifra dei suoi lavori, e continua a parlarci ancora oggi. Leggere Pontalis ci porta a ritrovare qualcosa che crediamo di aver sempre saputo, anche se non avevamo le parole per dirlo.
Alla scoperta delle dimensioni più profonde dell’inconscio e della potenza dell’alterità nelle parole di Pontalis, tra i grandi psicoanalisti del secolo scorso.

Biografia autore:

Chiara Matteini, laureata in lettere e in psicologia, psicologa, psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, è membro della redazione di “Frontiere della psicoanalisi” ed è stata segretaria scientifica del Centro Psicoanalitico di Firenze. È particolarmente interessata alle differenti forme della temporalità psichica e al rapporto fra lavoro psichico e forme della creatività. Vive e lavora come psicoanalista a Firenze. Per Feltrinelli ha pubblicato Jean-Bertrand Pontalis. La stagione della psicoanalisi (2025).

Recensione di Silvia Mondini

Non mettersi al centro, tenendo in questo modo tutto a distanza, non credersi il centro, rimanere ai margini, muoversi ai confini andando da un’incertezza all’altra, con la sola certezza, e anche questa può vacillare, che qualcosa di sé stessi, pur nella sua fragilità, tiene duro. (Pontalis, 2000, p.23)

Questa recensione, proprio perché arriva dopo altre, si concede la libertà di uno sguardo obliquo, dichiaratamente non esaustivo. Da questa posizione, il volume di Chiara Matteini si offre innanzitutto come un ritratto d’autore dedicato a Jean-Bertrand Pontalis. Un ritratto eseguito nello spazio d’ombra dell’inconscio e, per questo, vivo, pulsante, appassionato, capace di restituire non solo la fisionomia e il percorso intellettuale dello psicoanalista francese, ma anche la presenza dell’autrice. La sua voce, la sua personale chiave di lettura, la sua attitudine a entrare in risonanza con un pensiero che ha amato le parole – e la loro mancanza – fino a porre l’infans (Pontalis, 1999), colui che non parla, al centro della propria ricerca.
Un ritratto che vive di chiaroscuri, asseconda i movimenti del pensiero e intreccia la trama di interessi e avventure che costituiscono la cifra più autentica di un autore che, per tutta la vita, ha dovuto fare i con la propria eredità.
Après Freud, après Sartre, après Lacan, après il Vocabolario – scrive Matteini – condensando in questa formula incisiva il tragitto attraverso cui Pontalis giunge a elaborare la propria lingua. Una lingua che non è punto di partenza, ma approdo dopo l’immersione nei concetti e quel rigoroso lavoro di mappatura che ha segnato l’impresa del Vocabolario e la prima stagione della sua scrittura.

“Per sentire propria una lingua è necessario poterla disimparare, così non è più una lingua ma la nostra” (Matteini, p. 21).
I concetti: nostri strumenti del giorno, niente di più. Ignorano l’ombra, respingono la notte. […] Abbiamo bisogno dei concetti […] ma è continuamente necessario provare a staccarsi dalla loro presa. (Pontalis, 2003, pp. 181-182).
Venire dopo Freud – scrive l’autrice – significa abitare un tempo in cui qualcosa ha già parlato e in cui non è più possibile prescindere dal discorso dell’inconscio e sull’inconscio. Freud non ha semplicemente aggiunto un capitolo alla storia del pensiero: ha istituito un soggetto nuovo, dotato di un inconscio che obbedisce alle proprie leggi proprie – sempre – anche quando si tenta di costruirne una teoria.
Da qui la grande domanda che attraversa tutta la produzione di Pontalis: “In quale modo la lingua della teoria può mantenere il suo rapporto con il suo oggetto, quando l’oggetto è l’inconscio? Come salvaguardare l’ombre portée senza tradire ciò che proietta? Come non perdere l’accesso alla ‘dimensione altra’ che la rivoluzione freudiana ha aperto?” (Matteini, p. 16). Abitando l’ombre portée – scrive Matteini sin dall’Introduzione – perché è qui – in quest’ombra dove le cose esistono senza poter essere toccate – nell’ombre portée che noi abitiamo” (ibid., p. 9).
L’immagine di quest’ombra, che esclude l’oggetto e allo stesso tempo è l’altro, è l’immagine dell’inconscio; un’immagine che mi piace tradurre con una foto senza titolo di Man Ray (1931).

Una foto che nel suo porre in primo piano lo spazio d’ombra proiettato dalla mela su di una superficie, che ne sfuma in contorni rendendoli al tempo stesso più estesi, appare chiarissima. Ma anche un’immagine che nella sua “precisione poetica”, “porta” con sé numerose indecidibilità relative alla natura dell’oggetto e dello spazio: il gioco del trovato/creato (il chiodo al posto del picciolo), le minime estroflessioni dell’ombra, le sue propaggini (Campanile) e in cui riecheggiano le parole di Pontalis in Traversée des ombres (2003) “che cosa portava l’ombra? e chi la portava? che cosa portava via con sé? Qual era la sua portata?” (Traduzione C.Matteini).
Ed è qui, abitando a proprio modo l’ombra di chi lo ha preceduto, che sembra collocarsi l’avventura personale e psicoanalitica di Pontalis; di quest’uomo che Matteini definisce con finezza “allievo senza compiacenze e maestro senza scuola”, capace di “alternare con eleganza e naturalezza le sue tante identità: psicoanalista, saggista, fondatore e direttore di rivista, curatore”, mantenendo sempre “la psicoanalisi al centro della sua vita”, senza mai tradirne la “natura instabile e incerta”, specchio dell’inconscio stesso, “sempre sospeso su ciò che non si sa, su ciò che non si vede” (pp. 10-11).
Ed è abitando a propria volta l’ombra di Pontalis che l’autrice traccia, con la delicata precisione che contraddistingue il suo stile, il percorso di questo intellettuale, restituendoci (anche) nella struttura del volume – “il senso aritmico del suo lavoro, le pulsazioni e le intermittenze della sua precisione poetica” (p. 12). Uno stile che sembra alimentarsi della stessa tensione tra necessità e insufficienza della parola, della medesima spinta a dare forma a ciò che non si vede, di una simile fedeltà all’incerto. Ed è qui, in questa consonanza profonda, che l’incontro di Chiara con Pontalis si configura come un appuntamento inevitabile e, al contempo, aperto a sviluppi imprevedibili.
Il volume, pur articolato in cinque capitoli – Introduzione; Un pensiero di frontiera; La quinta stagione. Il tempo che non passa; Transfert e movimento. Abitare una terra straniera; L’oggetto sogno – invita il lettore ad immergersi nel pensiero di (Matteini su) Pontalis, a farne e rifarne esperienza fino a ricombinarlo dentro di sé. Solo così ciascuno potrà trovare la propria porta d’ingresso. O, al contrario, scoprire – come è accaduto a chi scrive – che il pensiero prende una via propria, imponendo un accesso diverso da quello inizialmente intravisto. Un altro effetto, forse, dell’ombre portée (Pontalis, 2003), del suo potere d’attrazione totalizzante ma sempre parziale.
Avrei voluto soffermarmi sull’infans, sulla “quinta stagione”, su quell’intuizione folgorante secondo cui il compito dell’analisi consisterebbe nel “far parlare l’infans, far tacere il fatum” (Pontalis, 1999, p. 28). E invece mi son trovata inevitabilmente attratta dai passaggi che Matteini dedica, trasversalmente ai capitoli, agli spazi intermedi. Passaggi che invitano a lasciare che parole, citazioni, immagini sedimentino per il tempo necessario affinché l’intelligenza dell’inconscio (Pontalis, 2012, p.41) le sleghi, le traduca, le rileghi a proprio modo. Un’operazione che può essere velocissima o richiedere pazienza ma che, in ogni caso, svela il lavoro di pensiero altro, posto all’incrocio tra immagine e parola, tra parola e visione, fino a far affiorare davanti ai nostri occhi qualcosa che, a ben vedere, era già lì.
Seguendo questo sentiero, può capitare di essere sedotti dal modo in cui l’autrice ricostruisce il percorso che conduce Pontalis a riconoscere in Winnicott lo straniero vicino. Uno straniero che, una volta incontrato davvero, produsse in lui un “cambiamento” profondo, capace di aprire una libertà di movimento fino ad allora sconosciuta. L’autore, di cui Pontalis si farà promotore di una nuova traduzione francese e tramite privilegiato attraverso la Nouvelle Revue de Psychanalyse. Winnicott che, non proponendosi mai come maestro, non poteva che piacergli” (Pontalis, 1993, p. 186).
Non un maestro, dunque, – quelli Pontalis li ha sempre scansati – ma un compagno di strada che, anche questa volta, lo ha preceduto. Qualcuno che ha saputo dare alla clinica parole laddove le teorie precedenti erano rimaste mute. Nel luogo in cui l’infans di Winnicott sembra incontrare quello dei bambini – soli o nella relazione con le loro madri – dando corpo e vita allo spazio intermedio; a quello spazio che, nel suo “essere né oggetto né istanza” (Winnicott, 1993, p. 183), consente all’analista britannico di ampliare la topica dell’apparato psichico individuando un luogo nuovo o, almeno, ancora senza nome, ancora non battezzato. Uno spazio che, a sua volta, Pontalis dilata, riconoscendone la presenza ne “il transfert – sospeso tra i tempi –, nel sogno – sospeso tra processo primario e secondario –, l’infantile – costantemente intermittente e vivo dentro di noi –, il limbo – sospeso tra ciò che è vivo e ciò che ancora non lo è” (Matteini, 2025, p.42). Come non riconoscere, allora, nelle immagini che attraversano la sua scrittura – la quinta stagione, il limbo, la traversata, le maree – la cifra di un discorso poetico costante? (ibid.)
Un discorso, quello poetico, che a modo suo domanda una scrittura capace di coniugare precisione e poesia: una forma capace di assumere con precisione le questioni teoriche e, al tempo stesso, intrecciarle alla vita, prima ancora che al fatto clinico (Matteini, 2025, p. 40). La vita, dunque, con tutte le sue contraddizioni; l’esperienza di una forza perturbante che ci attraversa; la necessità di renderla condivisibile.
Una possibilità comunicativa che, a sua volta, è essa stessa approdo della lunga riflessione di Pontalis sul rapporto di Freud con Shakespeare, esploratori ineguagliabili del mondo interno, sebbene in lingue diverse.
“Nella poderosa lingua di Shakespeare si combinano l’aspetto sorprendente dell’intelligenza inconscia (il gioco di parole, l’enigma, il Witz) e la forza pulsionale in cui il morto e il vivo sono intrecciati” (Matteini, 2024, p. 28).
“Come fare per tenere insieme l’intelligenza dell’inconscio e il suo mistero, la sua stupidità insensata? Ci vorrebbe un miracolo. Questo miracolo ha un nome: Shakespeare” (Pontalis, 2012, p. 41).
Shakespeare, certo, ma forse anche Winnicott, forse anche Pontalis, entrambi promotori di una lingua capace di rinnovare l’interrogazione sulla realtà psichica e sul suo rapporto con la realtà esterna. Una lingua – non sempre facile, ambigua e, per questo, creativa e talora sfuggente – ma che invita ad abitare i limiti di un territorio ancora inesplorato, ad assumere una posizione nomade, ad accogliere lo straniero, a misurarci con le altre discipline. Perché il pensiero analitico funziona come un corpo estraneo: disturba, mantiene viva la teoria e invita all’esperienza dell’alterità.

Bibliografia

Pontalis, J.B. (1977). Tra il sogno e il dolore. Roma, Borla, 1988.
Pontalis, J.B. (1988). Perdere di vista. Roma, Borla, 1993.
Pontalis, J.B. (1997). Questo tempo che non passa. Roma, Borla, 1999.
Pontalis, J.B. (1999). Limbo. Un piccolo inferno più dolce. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000.
Pontalis, J.B. Traversèe des ombres. Parigi, Gallimard, 2003.
Pontalis, J.B. (2012) Avec Shakespeare, in E. Gómez Mango e J.B Pontalis, Freud avec les écrivains. Parigi, Gallimard.

Condividi questa pagina: