Etty Hillesum Il Diario 1941-1942

Recensione di Marina Montagnini

Copertina Etty Hillesum Il Diario 1941-1942

 

Etty Hillesum Il Diario 1941-1942

Adelphi eBook,

Prima edizione digitale 2015, pagine 3249

La ragazza che non sapeva inginocchiarsi

Questo diario mi ha procurato più dolore di tutti gli altri libri di sopravvissuti alla Shoah che ho letto. E la devozione che ispira un libro di preghiere estatiche. E la delizia di un lavacro purificante e così santo che devo affrontarlo digiunando. E la gioia di una allegra festa birichina, zingaresca, molto sconveniente e sensuale.

Ero prevenuta sulla base di poche cose che sapevo: una ragazza ebrea che chiede di essere deportata: un portento di masochismo estremo, nella mia veste di psicoanalista.

Ho letto la prima metà del diario infastidita dal caso: una adolescente attempata che si dibatte tra l’ascetismo e una forte spinta libidica inibita nella meta perché l’amato, un furfante ambiguo, Spier, uno psicochirologo analizzato da Jung, uno che legge le linee della mano perfino (!), canonizzato dal suo maestro, seduce la sua povera allieva e paziente con pratiche erotiche ambigue, senza concedersi mai del tutto.

A partire dalla seconda metà del diario quando Etty comincia a scrivere come Rilke – Già quegli alberi: a volte, di notte, i loro rami si abbassavano sotto il peso dei frutti delle stelle, mentre ora sono minacciosi pugnali eretti contro il cielo chiaro di primavera (cfr. 28/3/1942, 1575 ) – allora ho avuto la sensazione di una esplosione, di uno sfondamento mistico, necessario per reggere tutta la passione che Spier le aveva suscitato e dirottato verso la spiritualità, nulla che potesse somigliare alle passioni insoddisfatte del transfert erotizzato. Etty era cambiata e il suo amore ora riguardava il dialogo tra l’intimo più intimo di sé stessa e Dio. Un silenzio e uno spazio vastissimo dentro e fuori di lei e l’affermazione continua di una gioia senza fine, un godimento della vita che è bella e ricca di significato anche nel cuore del nazismo, perché anche il nazismo, perfino il nazismo, è opera dell’uomo, cosa vicinissima e per niente terrorizzante.

A questo punto è iniziato il dolore nella mia lettura del diario, il sentimento di una ingiustizia odiosa vissuta con un amore impareggiabile. In questi tempi in cui, in misura minima, ho assaggiato la mentalità nazista nella forma di un odio ipocrita, velenoso, saccente, che si pretende virtuoso.

Ero prevenuta, pensavo che Etty fosse una ingenua che non capiva cosa stesse succedendo intorno. Niente affatto. Etty era lucidissima e anche spiritosa: eccola davanti alla Gestapo il 27/2/42 per firmare le carte che probabilmente si tradurranno in una condanna a morte per lei e per l’amato Spier: Quando mi sono presentata davanti alla scrivania, mi ha urlato improvvisamente: “Che ci trova di ridicolo?”. Avrei risposto volentieri: “Niente tranne lei”, ma per diplomazia m’è parso meglio lasciar perdere. “Lei ride tutto il tempo” continuava a urlare lui. E io in tutta innocenza: “Non me ne accorgo proprio, è la mia faccia normale”. E lui: “Per favore, non dica scemenze, vada fffuori” con una faccia che voleva dire: tra poco mi sentirai. Credo che questo fosse il momento psicologico in cui avrei dovuto spaventarmi a morte, ma quel trucco l’ho capito troppo in fretta.

In fondo, io non ho paura. Non per una forma di temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani, e che cercherò di capire ogni espressione, di chiunque sia e fin dove mi sarà possibile. E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno – anzi che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla ragazza? – Aveva un’aria così tormentata e assillata, del resto anche molto sgradevole e molle … ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fintanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull’umanità  (cfr. 27/2/42, 1318-1321).

E quando si ritrova impiegata come dattilografa nell’ufficio del Consiglio Ebraico che detesta, annota con lucidità e umorismo:

Circa cento persone discutono nello stesso ambiente, le macchine da scrivere ticchettano, ma io sono seduta in un angolino e leggo Rilke… In mezzo a quel caos e quella miseria vivo talmente con un ritmo mio che a ogni istante, mentre batto a macchina quelle lettere, posso rituffarmi nelle cose che trovo importanti… ieri è stato un giorno pazzo, un giorno in cui il mio umorismo quasi diabolico è tornato a galla, in cui improvvisamente mi sono sentita di nuovo come un bambino birichino. Dio, fa solo che io non finisca nello stesso campo con i miei colleghi…(cfr. 25/7/1942, 2590-2592).

Il suo diario è una testimonianza di estrema lucidità storica. In ogni momento Etty sa che i nazisti li vogliono annientare tutti, che questo è il “destino di massa” del popolo ebraico. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di sé stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un destino di massa (cfr. 11/7/42, 2514).

A questo destino non si sfugge per quanto Etty veda intorno la gente sgomitare per salvarsi,  non per questo si potrà evitare che 6 milioni di ebrei siano sterminati. Questo è l’unico, il primo e l’ultimo genocidio nella storia dell’uomo: “ […] perché la Shoah è unica […]

  • Perché la Soluzione Finale ha rappresentato un attacco ideologico di carattere inedito alla identità di un popolo. Quel che rende unica la Shoah è che lo sterminio agli ebrei non è spiegabile in termini di ragioni politico-militari o territoriali (Lacoue Labarthe, 1991, 54-55).
  • Perché è stata attuata con mezzi industriali: «gli ebrei erano trattati come si ‘trattano’ i rifiuti industriali o la proliferazione dei parassiti. Come Kafka aveva capito da molto tempo, la ‘soluzione finale’ prendeva alla lettera le metafore secolari dell’ingiuria e del disprezzo» (ibid.55).
  • Perché il piano di sterminio fu attuato su scala mondiale: «questa operazione di pura igiene o sanità (non solo sociale, politica, religiosa, ma simbolica) non ha nessun corrispondente nella storia» (Ibid., 55).
  • Per il silenzio materiale e «metafisico» che gravò su Auschwitz: «Ad Auschwitz tutto si è svolto, compiuto, consumato per settimane, mesi e anni nel silenzio assoluto, ai margini e alla deriva della storia» (Neher, 1970, 152).
  • Per la regressione al pensiero concreto. Infatti, quel che Lacoue Labarthe definisce «prendere alla lettera» una metafora non è forse la regressione al pensiero concreto o alla equazione simbolica di Hanna Segal, un meccanismo psicotico per cui l’essere umano «decretato» sottouomo, parassita o rifiuto, diventa rifiuto da eliminare?”(Egidi Morpurgo, 2007, 516-517)

Vorrei infine aggiungere:

  • Perché gli Ebrei non sapevano di essere nemici dei Tedeschi. Erano stati decretati nemici a loro stessa insaputa, per ragioni “oggettive”, non “soggettive”.

Non si ripeterà questo Unicum perché nelle pieghe della storia, nel letame della storia, ci sono state persone come Etty. Anche lei potrebbe salvarsi nascondendosi, come le propongono gli amici, o trovando impiego nel Consiglio Ebraico. Lo farà ma non come dattilografa, bensì come assistente sociale al campo di smistamento verso Auschwitz dove morirà lei e tutta la sua famiglia.

Quasi fosse un’azione indegna – questo star tutti addosso a quell’unico pezzetto di legno che va alla deriva sull’oceano infinito dopo il naufragio, questo salvare il salvabile, spingersi a forza di gomiti, provocare l’annegamento altrui, tutto così indegno … Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po’ sull’oceano, stese sul dorso e con gli occhi rivolti al cielo, finchè – con un gesto rassegnato e devoto – vanno a fondo per sempre. Io non posso fare diversamente… combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho neppure paura, non so, mi sento così tranquilla, talvolta mi sembra di trovarmi in alto sui merli del palazzo della storia e di far correre lo sguardo su territori lontani… So tutto quel che capita e la mia testa rimane lucida… Riesco a capire un pezzetto di storia e di umanità ma per ora preferisco non scrivere, avrei l’impressione che ogni parola sbiadirebbe e invecchierebbe all’istante, come se la parola nuova capace di sostituire quella vecchia abbia ancora da nascere… (cfr.14/7/1942, 2533-2535).

Non posso fare diversamente. Quando i tempi diventano davvero bui ci si può fidare solo di chi dice “non posso farlo”, che è diverso da: “non voglio farlo”. “Non voglio” non è abbastanza, è inaffidabile. Occorre ben altro: – Non posso convivere con una me stessa assassina, predatrice o ambigua sulla pelle degli altri – come dice Hannah Arendt: “Se prendete il caso di quei pochi, pochissimi, che durante il collasso morale della Germania nazista rimasero immuni da ogni colpa, scoprirete presto che costoro non hanno mai dovuto affrontare alcun conflitto morale o alcuna crisi di coscienza… costoro non dubitarono mai che i crimini restavano crimini anche una volta legalizzati dal governo, così come non dubitarono mai che era meglio in ogni caso non partecipare a tali azioni criminali. In altre parole, essi non sentirono in sè stessi un’obbligazione, ma agirono semplicemente in accordo con qualcosa che per tutti loro era autoevidente, benché non fosse più autoevidente per gli altri. La loro coscienza, se di questo si trattò, non parlò loro in termini di obbligazione, non disse loro “questo non devo farlo”, ma semplicemente “questo non posso farlo”.

Il lato positivo di questo “non posso” è che esso corrisponde all’autoevidenza delle proposizioni morali. Significa: non posso uccidere gente innocente, esattamente come non posso dire che due più due fa cinque… Le sole persone affidabili sul piano morale sono quelle che, nei momenti in cui le cose prendono una brutta piega, dicono semplicemente “non posso”  (Hannah Arendt, 2003, 35-36).

Dopo le sobrie parole di Freud in L’avvenire di una illusione, l’illusione che esista l’oggetto di appagamento, che il credente condivide con il neonato, la psicoanalisi ha eluso un confronto profondo con la fede. Il Diario di Etty non lo elude e diventa una preghiera ininterrotta, tutta da saccheggiare:

Solo la notte prima le stelle pendevano ancora come luminosi frutti dai suoi rami scuri, e la notte seguente si arrampicavano incerte, lungo lo spoglio tronco devastato (cfr. 28/3/1942, 1570).

La vita è tanto bella e ricca. Lo è al punto che potresti credere in Dio (cfr. 28/3/1942,1582) … E i miei due magri asceti, di nuovo minacciosamente protesi verso l’alto (cfr. 2/4/1942, 1633) … ma i miei due alberi stavano lì, feroci e svegli punti esclamativi. Due punti esclamativi nerissimi, evidenti come scritti su una pagina semivuota… (cfr. 4/4/1942, 1652).

I rami nudi che si arrampicano lungo la mia finestra si sono coperti di giovani foglioline verdi. Un vello di riccioli sui loro nudi e duri corpi di asceti (cfr. 30/5/1942, 1987).

La poesia non offusca la chiara comprensione razionale: Etty a volte è travolta dalla tristezza e le crudeli persecuzioni sono come una cappa plumbea che cerca di soffocarla. Ma sono solo momenti, poi si rinnova il Cantico dei Cantici in cui l’amore per la vita non si distingue dall’ amore per un uomo:

Eppure, in un momento di abbandono, io mi ritrovo sul petto nudo della vita e le sue braccia mi circondano così dolci e protettive, e il battito del suo cuore non so ancora descriverlo: così lento e regolare e così dolce, quasi smorzato, ma così fedele, come se non dovesse arrestarsi mai, e anche così buono e misericordioso (cfr. 30/5/1942, 1988).

Il canto si espande alle cose, al loro respiro e spazio infinito, concetto su cui già Rilke aveva riflettuto:

Mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente (cfr. 20/6/1942, 2244).

Etty è travolgente come mistica soprattutto quando parla della natura. Fiori, rami, nuvole, cielo. Nessuno mai può togliere a un essere umano questi doni che aprono vastità infinite, neppure tra cella e filo spinato, dunque, nessuno può farci del male sul serio. Quando dentro di lei lo spazio interiore si allarga, come il silenzio, l’amore, il cielo, vuol dire che un poeta sta lavorando in lei. Così la prospettiva di Etty cambia: voleva diventare una scrittrice, poeta come Rilke, e scopre che il poeta è un pezzetto di Dio, dentro di lei. Basta che ci faccia nido, che ci spostiamo un po’ per fargli posto. 

– Al tuo dolore che mi trascina in tribunale non darò risposta, ma ti mostrerò le Creature – E Giobbe finalmente tace, pacificato, e dà lode al Nome (Il libro di Giobbe). Se la parola che occorre non è ancora stata inventata e non ci sarà, allora con l’esilio della parola, che Andrè Neher mette in chiara luce dopo la Shoah e il silenzio di Dio, allora nel silenzio della sua ‘settima stanza’ (Teresa d’Avila), Etty capisce in modo folgorante, come aveva capito con idea geniale il concetto di “destino di massa”, che sono gli uomini che devono aiutare Dio e non il contrario. Mistica e teologa straordinaria, una santa priva di ogni inibizione della carne!

Preghiera della domenica mattina

Cercherò di aiutarTi affinché Tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini… e quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare Te, difendere fino all’ultimo la Tua casa in noi

E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: non prenderanno proprio me. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle Tue braccia … Voglio che Tu stia bene con me. E tanto per fare un esempio: se io mi trovassi in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora Ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza (cfr.12/7/42, 2520-2526).

Nella sua terra occupata, l’Olanda, ormai si moltiplicano le vessazioni, gli orrori e le crudeltà inutili. Gli Ebrei non possono entrare nei negozi di frutta e verdura, non possono prendere il tram, devono consegnare le loro biciclette, non possono sostare sotto tre alberi e i piedi di Etty sono pieni di vesciche.

Etty chiede al Consiglio Ebraico di svolgere funzioni di assistenza ai deportati al campo di smistamento, Westerbork. Per un certo periodo fa la spola tra Amsterdam e il campo ma si ammala, prega di poter ritornare al campo al più presto. La partenza da Amsterdam il 6 giugno 1943 si rivela definitiva. Il 7 settembre 1943 l’intera famiglia Illesum viene caricata in treno e deportata ad Auschwitz. Dopo una breve permanenza al campo di smistamento, dove Etty è il cuore pensante della baracca, Etty viene deportata insieme ai familiari. Nessuno sopravvisse, Etty morì il 30 novembre 1943 ad Auschwitz.

Julius Spier, l’immensamente amato, era morto il 15 settembre 1942 ad Amsterdam per un cancro ai polmoni, atrocemente doloroso, il giorno prima che la Gestapo irrompesse per deportarlo.

 

Bibliografia

 

Arendt H. (2003). Alcune lezioni di filosofia morale. Torino: Einaudi, 2015.

Egidi Morpurgo V. (2007). Etica della responsabilità e psicoanalisi nel dopo-Auschwitz.

Rivista di Psicoanalisi. LIII, 2

Freud S. (1927). L’avvenire di una illusione. Boringhieri, OSF, X.

Hillesum E. (1941-1942). Il Diario. Edizione Integrale. Milano, Adelphi, 2012. E-book.

Lacoue Labarthe P. (1991). Il mito nazi. Genova: Il Melangolo. 1992.

Neher A. (1970). L’esilio della parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz.  Milano: Medusa, 2010.

Il libro di Giobbe. A cura di Guido Ceronetti. Milano, Adelphi, 1972.

Il castello interiore. Santa Teresa D’Avila. Milano, Paoline editoriale libri, 2016.

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