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GIORGIO SACERDOTI (22 agosto 2000)

Il professor Giorgio Sacerdoti è morto a Venezia durante l’agosto 2000.

Verrebbe voglia di non aggiungere altro e di lasciare allo spazio bianco di una pagina il compito di rappresentare il sentimento di vuoto che la scomparsa di Sacerdoti ha provocato in chi gli è stato vicino. E poi, scrivere di Sacerdoti è difficile, si ha sempre davanti la sua capacità critica, la sua ironia dolce e discreta ma precisa, la sua capacità di fare intravvedere con una sola battuta o con un aneddoto azzeccato l’altra faccia del problema. E soprattutto si ha davanti la sua signorile distanza da ogni atteggiamento retorico, da ogni eccesso di affetti gettati lì, esibiti in malo modo. Verrebbe da pensare che anche uscire dalla vita così come ha fatto lui, durante le vacanze, fosse un morire secondo un certo stile. E allora viene da interrogarsi sul come ricordarlo.

Per questi suoi atteggiamenti, Sacerdoti poteva perfino sembrare, a chi non lo conosceva, una persona un po’ distaccata e quasi fredda. Anche il suo scarso apprezzamento per un’eccessiva esibizione del controtransfert sia nell’attività clinica sia nella riflessione teorica sulla clinica, aveva indotto qualcuno ad equivocare. Era, viceversa, persona di grandi e profondi affetti, capace di autentiche passioni e di legami stabili e continuamente vivificati.

Giorgio Sacerdoti era nato nel 1925 a Padova. Adolescente, aveva conosciuto le conseguenze delle leggi razziali e serbava amari ricordi di quegli anni. Riuscito a sfuggire alla persecuzione fascista e a quella tedesca, alla liberazione aveva ripreso gli studi universitari e si era laureato in medicina. Non è un caso, forse, che il suo primo lavoro scientifico fosse dedicato a La menomazione alla gioia di vivere come lesione personale in penale e come elemento di risarcimento in civile (1950). Ed è certamente collegato alla sua laica riflessione sull’intreccio storico dei destini ebraici e psicoanalitici il magnifico lavoro su Ebraismo e psicoanalisi davanti all’assimilazione (1984). Perché, se la discrezione era una sua caratteristica importante, la riflessione teorica sulla sua pratica (clinica e personale) è sempre stata una costante, una meta-elaborazione dalla quale traeva spunti continuamente vivificanti.

Qui, mi soffermerò soprattutto sul suo amore per la psicoanalisi.

Anni fa, durante un periodo difficile della nostra Società mentre, un po’ scoraggiati, stavamo chiaccherando nel suo studio, tirò fuori come per caso un fascicolo dell’International Journal. Era, mi ricordo, il fascicolo del cinquantenario della rivista e conteneva moltissimi articoli poi diventati classici (tra cui On Imitation di Gaddini). "Però ogni tanto – disse mostrandomi l’indice – c’è davvero qualcosa di cui essere orgogliosi". In quell’"ogni tanto" c’era tutto lui. Che era davvero orgoglioso (sempre) di appartenere ad un movimento di cui percepiva profondamente la grandezza – una grandezza che non poteva essere oscurata da alcuna miseria.

Per molti anni, a Venezia Sacerdoti era stato "lo psicoanalista" tout court. Aveva sentito la solitudine, l’isolamento, l’incomprensione ma aveva anche apprezzato la necessità di pensare che questa condizione produce. Poi man mano aveva costituito un gruppo… forse non è nemmeno giusto dire così: è più esatto dire che man mano aveva creato le condizioni perché attorno a lui un gruppo di persone potesse pensare, ciascuno con il proprio stile e secondo le proprie propensioni.

Era divenuto, nel frattempo, prima primario nell’ospedale psichiatrico di S. Servolo e poi direttore dei servizi psichiatrici di Venezia. La sua nomina a direttore fu avvertita subito da tutti (psichiatri, amministratori, infermieri, politici) come un fatto che simbolizzava il cambiamento – e le reazioni non si fecero attendere. In mezzo a difficoltà di ogni genere, Sacerdoti riuscì ad introdurre una dimensione di riflessione e di pensiero proprio là dove tutto (la psicosi e le costruzioni "contro" la psicosi) cospirava per renderla impossibile. Proprio questa riflessione permise – sulla base anche di un ripensamento delle esperienze francesi di Gentis, di Oury, del pensiero di Racamier, Diatkine, ma sempre con un occhio alle opere freudiane – un’attenzione alla trasformazione del mondo psichiatrico cercando di evitare sofferenze inutili e di creare però occasioni di trasformazione: la politica del "settore" e poi la apertura dell’Ospedale di giorno di Palazzo Boldù furono frutti di questa capacità di pensiero, così come l’importante articolo su Fantasmi, miti e difese nell’assistenza psichiatrica (1971) pubblicato su questa Rivista e numerosi altri lavori.

In questo impegno appassionato e spossante, Sacerdoti portò l’interesse all’essere umani che è proprio della psicoanalisi, coltivandolo con rigore e senza trionfalismi. Si rendeva ben conto quanto i nostri costrutti e le nostre rilfessioni tecniche siano povere davanti alla complessità dei fenomeni psichici ed alla realtà dei decorsi delle psicosi.

Ma, appunto, il suo interesse principale restava sempre centrato sull’umanità e la psicoanalisi era per lui lo strumento principale per coltivare questo interesse: una psicoanalisi centrata troppo su se stessa non lo attraeva molto. Lo si vede anche dai temi che propose al Centro Veneto di Psicoanalisi per i Colloqui: la seduzione, la tolleranza e l’intolleranza, differenza, indifferenza e differimento. Temi che attraversano la vita dell’individuo e dei gruppi e che la psicoanalisi può aiutare a scandagliare.

Il tutto – sempre – detto e venato di ironia, quella particolare capacità psichica che Sacerdoti studiò a fondo ne L’ironia attraverso la psicoanalisi (1987) un libro magistrale, profondo, ricchissimo di insegnamenti teorici e pratici.

Mentre spero in una prossima raccolta dei suoi articoli, almeno di quelli principali, penso ora con nostalgia e affetto a questo mio-nostro maestro che stava spesso a guardarci sorridendo – e a volte anche platealmente sbadigliando – mentre noi facevamo i nostri esercizi di pensiero con lui. Aveva, nei suoi scritti, la capacità di mostrare come la consapevolezza della natura metaforica e finzionale dei nostri costrutti teorici più astratti non esenti affatto da una precisione e da un rigore scientifici ma anche la capacità di far comprendere come proprio la consapevolezza della natura metaforica e finzionale deve essere costante, sia per relativizzarne ironicamente il valore, sia per consentir loro di mantenere la funzione essenziale di ponte tra la coscienza e l’inconscio. Se manca questa funzione, la teoria decade a credenza ed è inevitabile l’indottrinamento del paziente – una conseguenza della incapacità dell’analista di vedersi nella sua realistica dimensione umana.

Grazie ancora, Professore.

Antonio Alberto Semi

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