Il professor Giorgio Sacerdoti è morto a Venezia durante lagosto
2000.
Verrebbe voglia di non aggiungere altro e di lasciare allo spazio
bianco di una pagina il compito di rappresentare il sentimento di vuoto che la scomparsa
di Sacerdoti ha provocato in chi gli è stato vicino. E poi, scrivere di Sacerdoti è
difficile, si ha sempre davanti la sua capacità critica, la sua ironia dolce e discreta
ma precisa, la sua capacità di fare intravvedere con una sola battuta o con un aneddoto
azzeccato laltra faccia del problema. E soprattutto si ha davanti la sua signorile
distanza da ogni atteggiamento retorico, da ogni eccesso di affetti gettati lì, esibiti
in malo modo. Verrebbe da pensare che anche uscire dalla vita così come ha fatto lui,
durante le vacanze, fosse un morire secondo un certo stile. E allora viene da interrogarsi
sul come ricordarlo.
Per questi suoi atteggiamenti, Sacerdoti poteva perfino sembrare, a chi
non lo conosceva, una persona un po distaccata e quasi fredda. Anche il suo scarso
apprezzamento per uneccessiva esibizione del controtransfert sia nellattività
clinica sia nella riflessione teorica sulla clinica, aveva indotto qualcuno ad equivocare.
Era, viceversa, persona di grandi e profondi affetti, capace di autentiche passioni e di
legami stabili e continuamente vivificati.
Giorgio Sacerdoti era nato nel 1925 a Padova. Adolescente, aveva
conosciuto le conseguenze delle leggi razziali e serbava amari ricordi di quegli anni.
Riuscito a sfuggire alla persecuzione fascista e a quella tedesca, alla liberazione aveva
ripreso gli studi universitari e si era laureato in medicina. Non è un caso, forse, che
il suo primo lavoro scientifico fosse dedicato a La menomazione alla gioia di vivere
come lesione personale in penale e come elemento di risarcimento in civile (1950). Ed
è certamente collegato alla sua laica riflessione sullintreccio storico dei destini
ebraici e psicoanalitici il magnifico lavoro su Ebraismo e psicoanalisi davanti allassimilazione
(1984). Perché, se la discrezione era una sua caratteristica importante, la riflessione
teorica sulla sua pratica (clinica e personale) è sempre stata una costante, una
meta-elaborazione dalla quale traeva spunti continuamente vivificanti.
Qui, mi soffermerò soprattutto sul suo amore per la psicoanalisi.
Anni fa, durante un periodo difficile della nostra Società mentre, un
po scoraggiati, stavamo chiaccherando nel suo studio, tirò fuori come per caso un
fascicolo dellInternational Journal. Era, mi ricordo, il fascicolo del
cinquantenario della rivista e conteneva moltissimi articoli poi diventati classici (tra
cui On Imitation di Gaddini). "Però ogni tanto disse mostrandomi lindice
cè davvero qualcosa di cui essere orgogliosi". In quell"ogni
tanto" cera tutto lui. Che era davvero orgoglioso (sempre) di appartenere ad un
movimento di cui percepiva profondamente la grandezza una grandezza che non poteva
essere oscurata da alcuna miseria.
Per molti anni, a Venezia Sacerdoti era stato "lo
psicoanalista" tout court. Aveva sentito la solitudine, lisolamento, lincomprensione
ma aveva anche apprezzato la necessità di pensare che questa condizione produce. Poi man
mano aveva costituito un gruppo
forse non è nemmeno giusto dire così: è più
esatto dire che man mano aveva creato le condizioni perché attorno a lui un gruppo di
persone potesse pensare, ciascuno con il proprio stile e secondo le proprie propensioni.
Era divenuto, nel frattempo, prima primario nellospedale
psichiatrico di S. Servolo e poi direttore dei servizi psichiatrici di Venezia. La sua
nomina a direttore fu avvertita subito da tutti (psichiatri, amministratori, infermieri,
politici) come un fatto che simbolizzava il cambiamento e le reazioni non si fecero
attendere. In mezzo a difficoltà di ogni genere, Sacerdoti riuscì ad introdurre una
dimensione di riflessione e di pensiero proprio là dove tutto (la psicosi e le
costruzioni "contro" la psicosi) cospirava per renderla impossibile. Proprio
questa riflessione permise sulla base anche di un ripensamento delle esperienze
francesi di Gentis, di Oury, del pensiero di Racamier, Diatkine, ma sempre con un occhio
alle opere freudiane unattenzione alla trasformazione del mondo psichiatrico
cercando di evitare sofferenze inutili e di creare però occasioni di trasformazione: la
politica del "settore" e poi la apertura dellOspedale di giorno di Palazzo
Boldù furono frutti di questa capacità di pensiero, così come limportante
articolo su Fantasmi, miti e difese nellassistenza psichiatrica (1971)
pubblicato su questa Rivista e numerosi altri lavori.
In questo impegno appassionato e spossante, Sacerdoti portò linteresse
allessere umani che è proprio della psicoanalisi, coltivandolo con rigore e senza
trionfalismi. Si rendeva ben conto quanto i nostri costrutti e le nostre rilfessioni
tecniche siano povere davanti alla complessità dei fenomeni psichici ed alla realtà dei
decorsi delle psicosi.
Ma, appunto, il suo interesse principale restava sempre centrato sullumanità
e la psicoanalisi era per lui lo strumento principale per coltivare questo interesse: una
psicoanalisi centrata troppo su se stessa non lo attraeva molto. Lo si vede anche dai temi
che propose al Centro Veneto di Psicoanalisi per i Colloqui: la seduzione, la tolleranza e
lintolleranza, differenza, indifferenza e differimento. Temi che attraversano la
vita dellindividuo e dei gruppi e che la psicoanalisi può aiutare a scandagliare.
Il tutto sempre detto e venato di ironia, quella
particolare capacità psichica che Sacerdoti studiò a fondo ne Lironia
attraverso la psicoanalisi (1987) un libro magistrale, profondo, ricchissimo di
insegnamenti teorici e pratici.
Mentre spero in una prossima raccolta dei suoi articoli, almeno di
quelli principali, penso ora con nostalgia e affetto a questo mio-nostro maestro che stava
spesso a guardarci sorridendo e a volte anche platealmente sbadigliando
mentre noi facevamo i nostri esercizi di pensiero con lui. Aveva, nei suoi scritti, la
capacità di mostrare come la consapevolezza della natura metaforica e finzionale dei
nostri costrutti teorici più astratti non esenti affatto da una precisione e da un rigore
scientifici ma anche la capacità di far comprendere come proprio la consapevolezza della
natura metaforica e finzionale deve essere costante, sia per relativizzarne ironicamente
il valore, sia per consentir loro di mantenere la funzione essenziale di ponte tra la
coscienza e linconscio. Se manca questa funzione, la teoria decade a credenza ed è
inevitabile lindottrinamento del paziente una conseguenza della incapacità
dellanalista di vedersi nella sua realistica dimensione umana.
Grazie ancora, Professore.