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Il
prof. Agostino Racalbuto è deceduto il 4 marzo 2005. Per
ricordarlo abbiamo pensato di mettere qui gli interventi
commemorativi letti in suo onore durante la cerimonia
funebre dell'Alzabara svoltasi nel Cortile Antico del
Palazzo del BO' dell'Università di Padova
Cara Giusi e caro Andrea
Due parole mi vengono in mente per Agostino,
affetti e pensiero.
Affetti e pensiero sembrano essere il filo conduttore
del mio e del rapporto di tutti noi con lui.
Agostino fratello in analisi, l’ho conosciuto la prima
volta davanti alla porta della nostra comune analista
che dopo averci dato la stessa ora non c’era ed il
legame divenne così forte che spesso lei confondeva il
suo nome con quello di mio fratello.
Amico nel divertimento, di molte vacanze con Giusi e
Andrea, come lo ricorda mia figlia Sara, mentre balla
scatenato il twist in piazza alla festa dello sgombro
dell’isola di Marettimo.
Collega straordinario sin dai nostri primi passi in
questa facoltà dove lui dolcemente ma con coraggiosa
fermezza per difendermi sosteneva l’ortodossia del
concetto di scissione dell’io di fronte ad un collega
anziano che dava a lui e a me degli eretici kleiniani.
Ed infine maestro ineguagliabile di psicoanalisi per
l’intuizione, per la profondità, per la creatività, ma
soprattutto per la capacità di coniugare teoria e
clinica in modo tale da rendere chiari e dare forma e
rappresentazione ad un qualcosa che potevi anche avere
in mente ma a cui solo lui sapeva, illuminandolo, dare
parola.
A partire dai suoi primi lavori ed in particolare dal
suo libro “Tra il fare e il dire” Agostino ha avuto un
particolare interesse per la rappresentazione, la sua
nascita e le sue vicissitudini nello sviluppo normale e
patologico.
Vorrei qui tuttavia ricordarne il legame della
rappresentazione con il lutto e la nostalgia, tema da
lui proposto nel libro seguito al convegno fortemente
voluto per affetto e riconoscenza verso un altro maestro
Pier Mario Masciangelo. “La nascita della
rappresentazione tra lutto e nostalgia”
“metterla (la rappresentazione) in relazione con il
lutto e con la nostalgia significa coglierne la
dialettica con gli affetti, nonché con la esprimibilità,
con la tolleranza, con la comunicabilità di questi”.
Ma Agostino sottolinea anche che la rappresentazione è
“la pallida ombra” dell’oggetto o dell’esperienza.
Per pensare e rappresentare dobbiamo quindi fare i conti
con la perdita e con la nostalgia dell’oggetto perduto.
Tale lutto deve andare incontro ad un lavoro
“nostalgicamente rappresentativo” (come lui scrive) per
essere interiorizzato.
Nel suo primo editoriale per la rivista Agostino fa
riferimento alla famosa frase di Ghoete che afferma che
l’eredità dei padri deve essere ri-conquistata e fatta
propria.
L’eredità è un lascito che deriva da un lutto, da una
perdita.
Quella che Agostino ha lasciato è un’eredità
ricchissima, fatta di umanità, di conoscenza, di
cultura, di continua ricerca, di vitalità e di
progettualità, ma anche di tolleranza, di attenzione e
di capacità di ascolto.
Ma questa eredità deriva dalla sua perdita.
Spetta a noi riconquistarla, farla nostra per farla
fruttare, per non disperderla.
Spetta a noi, anche se oggi “offuscati dal dolore” ci
sembra impossibile, fare, come ci ha indicato lui, quel
lavoro “nostalgicamente rappresentativo”, che può
mantenere fruttuosamente viva e disponibile dentro di
noi la sua eredità.
E Agostino vivo dentro di noi.
Maria Vittoria Costantini
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