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Il
prof. Agostino Racalbuto è deceduto il 4 marzo 2005. Per
ricordarlo abbiamo pensato di mettere qui gli interventi
commemorativi letti in suo onore durante la cerimonia
funebre dell'Alzabara svoltasi nel Cortile Antico del
Palazzo del BO' dell'Università di Padova
Agostino era nato a
Catania nel 1948.
Aveva frequentato la Facoltà di
Medicina e Chirurgia e giovanissimo, nel 1972, si
laureava con una tesi in anatomia patologica. I suoi
familiari ricordano che la scelta dell’argomento di tesi
era stata legata al suo desiderio di finire nei tempi
previsti, destinando tutte le sue energie al passaggio
di formazione ulteriore, l’iscrizione alla Scuola di
Specializzazione in Neurologia e Psichiatria
all’Università di Roma. Il suo interesse per la
psicoanalisi si era ormai evidenziato con chiarezza e
determinazione. A Catania aveva incontrato Irene Munari,
la nostra collega di formazione patavina, e con lei
aveva iniziato la terapia psicoanalitica. Quando Irene
venne chiamata dalla nostra Facoltà, allora corso di
laurea, ad insegnare qui a Padova Psicologia dinamica,
anche Agostino decise di trasferirsi. Cominciò con
attività di seminario per i corsi di Psicologia
dinamica, assumendo, nel frattempo, il ruolo di
neuropsichiatra per i servizi dell’Età evolutiva, prima
a Trento e poi a Padova. Dopo alcuni anni di incarico di
insegnamento, nel 1980 divenne professore associato
presso il nostro Ateneo.
Come forse molti di voi sanno gli psicoanalisti fanno
parte di una famiglia il cui spazio è descritto da
confini piuttosto precisi e orgogliosamente custoditi:
si tratta della Società Psicoanalitica Italiana che si
articola in raggruppamenti regionali e che si riconosce
non solo nei suoi organi di governo ma anche in una
pubblicazione, la Rivista di Psicoanalisi, il cui
Direttore è eletto dall’assemblea dei soci della
società. Ebbene, la Società Psicoanalitica Italiana è
stata, accanto al lavoro universitario, una componente
fondamentale nella costruzione dell’identità
professionale, scientifica e culturale di Agostino. Egli
è stato segretario scientifico del Centro Veneto di
Psicoanalisi dal 1995 al 1999, successivamente ne è
diventato Presidente; nel 2003 ha dovuto lasciare questo
incarico per diventare, in quanto eletto, Direttore
della Rivista di Psicoanalisi. E’ uscito pochi giorni fa
l’ultimo numero della rivista che portava la sua firma.
Dal 2000 era, all’interno della Società Psicoanalitica
Italiana, docente dell’Istituto nazionale di training.
Gli sforzi di Agostino, a questo proposito, si sono
indirizzati a trovare occasioni in cui il Dipartimento
potesse essere assieme al Centro Veneto di Psicoanalisi
punto di riferimento per convegni e seminari. E’ stato
il caso del Convegno sul “Piacere offuscato”, quello
sulla “Nascita della rappresentazione tra lutto e
nostalgia”, i “Seminari sulla scrittura”.
Sarebbe assurdo che un collega estraneo per formazione,
per paradigmi scientifici fatti propri, per metodologie
di indagine impiegate, tentasse di fornire un profilo
complesso e di spessore come quello che emerge dai
lavori di Agostino. Il suo era un mondo al quale non mi
sono mai affacciato se non per cogliere gli echi di
qualche tema affascinante e intraducibile nello scenario
dei miei interessi di ricerca. Ma ho maturato l’idea, e
tanti altri me l’hanno confermato, che le sue
riflessioni sul rapporto tra parola, rappresentazione e
psiche, o sul concetto originale costruito sulla diade
affetto-sensazione hanno segnato in maniera precisa i
più recenti sviluppi della teoria psicoanalitica. Gli
amici che hanno dovuto violare i segreti del suo
computer per recuperare dati e informazioni sulle sue
recenti attività hanno trovato tracce visibilissime del
suo ruolo di clinico e di scrittore scientifico. Molte
traduzioni dei suoi volumi destinate alla comunità
psicoanalitica internazionale, molti inviti per
conferenze, per la partecipazione a convegni. Il tutto
non ostentato, anzi addirittura celato come un piccolo
segreto personale.
E questa osservazione mi porta a parlare del suo tratto
che più mi ha colpito, nel corso delle interazioni che
ho avuto con Agostino. Ricordo, credo come tanti altri
qui riuniti, il tono della sua voce, le sfumature alcune
volte allusivamente ironiche delle sue parole, quel
creare nell’interlocutore un clima di tranquilla
condivisione di pareri ed impressioni. Mai polemico e
insofferente, sempre pronto a considerare l’opinione e
il punto di vista dell’altro, attento alle cose che
dicevi. Una persona, non ce ne sono molte, in grado di
ascoltare e di farti sentire ascoltato. E poi l’eleganza
delle sue parole, naturale e di spessore, mai disgiunta
da una impercettibile ma presentissima carica affettiva.
Quella carica che lo rendeva popolare anche tra i
tecnici e gli amministrativi del mio dipartimento. Gli
amici che più hanno seguito il tragico epilogo di questa
storia di vita, mi hanno mostrato decine di messaggi di
posta elettronica e di sms provenienti dai suoi
studenti, nuovi e vecchi, che hanno dato testimonianza
di quanta fosse la loro stima, il loro affetto, il loro
dolore per questo docente, che qualche volta dimenticava
gli appuntamenti ma che poi recuperava con tutto il suo
calore e la sua significativa e affascinante presenza.
Agostino lascia tutti noi, Giusy e Andrea per primi,
tutti coloro che lo hanno descritto come amico, collega,
maestro. In questo giorno di profonda tristezza mi viene
alla mente il brano di una poesia che egli aveva citato
nell’ultimo numero della sua rivista:
“Dovrei essere molto veloce nel descrivere le nuvole;
già dopo una frazione di secondo non sono più quelle,
stanno diventando altre”
Caro Agostino, mi piace pensare che chi ti ricorderà non
ti cristallizzerà in una memoria immobile; sarai per lui
o per lei come una nuvola di pensieri e di affetti
sempre nuova e sempre viva.
Luciano Arcuri
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